Arancia meccanica

Sul retro della copertina del libro edito da Einaudi, c’è un commento di Roald Dahl (Fabbrica di cioccolato & co.), che dice “Un libro terrificante e meraviglioso”. Ora, ho sempre associato Roald a cose carine e coccolose, quindi MAI mi sarei aspettata qualcosa di simile!

L’unica mia base, di nuovo, era il film (Kubrick ovviamente). La prima volta che l’ho visto sono rimasta così sconvolta da non notare altro se non violenza e il disprezzo per la vita (reazione bacchettona, ma è stato davvero così). Durante la seconda visione una mia amica mi ha fatto notare l’uso dei colori vivaci in ogni scena e di mio ho apprezzato come, a colpi di inquadrature, delle statuine potessero danzare. La terza volta è stata pochi mesi fa; mi sono concentrata soprattutto sull’aspetto estetico di ogni scena e finalmente mi sono resa conto della cura per ogni singolo dettaglio grafico allo scopo di comunicare il senso del romanzo. Non sono in grado di descrivere tutte le particolarità del film, però consiglio di guardarlo più di una volta perché si riescono a captare aspetti sempre nuovi. Se possibile, prestare attenzione ad ogni inquadratura! Si riesce a vedere l’attenzione maniacale per tutto.

Prima di leggere il romanzo di Anthony Burges, la storia mi sembrava incentrata su situazioni violente portate all’estremo e al paradosso, con un tentativo di rieducazione del protagonista Alex; ho pensato che il tema centrale fosse il potere -inquietante- del Governo nel modificare i suoi cittadini, anche se con un fine migliorativo. In realtà è tutto molto più complesso, e l’ho capito non solo leggendo il libro, ma anche le due interviste allegate, una all’autore e una al regista. Alex è un piccolo folletto malefico che fa danno per il semplice piacere di farlo: gli unici vantaggi materiali che ne ricava sono dei soldi che spende per comprare dischi di musica classica e strumenti per poter continuare le sue attività distruttive preferite. Nella scelta tra il bene e il male, ha scelto deliberatamente il male. Da notare che è solo un ragazzino (15 – 16 anni), i suoi genitori lo ignorano e non lo educano, ed è completamente in balia di sé stesso. L’unica autorità con cui viene a contatto è quella punitiva prima e rieducativa poi. Il risultato finale è forse peggiore del problema iniziale; un essere (persona ormai non si può definire) prigioniero della “cura” a cui è stato sottoposto, che appena pensa in modo violento, soffre incredibilmente. Tutte le azioni che vorrebbe fare -quindi il desiderio di fare del male è ancora vivo in lui- gli sono precluse, non può fare il male, ma non è capace di fare del bene, anzi diventa una vittima dei prepotenti e inutile a sé stesso e alla società che ha voluto modificarlo.

Un aspetto “nobile” di Alex è l’amore profondissimo per la musica classica, forse il suo unico contatto e apprezzamento verso ciò che è bello (e buono), e anche questo ha un ruolo fondamentale nel cambiamento che gli viene imposto.

Il linguaggio gergale è molto forte nel film ma totale nel libro; a tratti ho faticato a capire il significato di molte parole e ciò rende benissimo l’idea di come (no)i giovani formino una sorta di élite con lo scopo di isolare gli adulti dal loro mondo.

Chicca finale, l’origine del titolo, perché guardando il film, per tutta la sua durata, mi sono chiesta tutte le volte: ma dov’è questa arancia meccanica? Che cos’è? E’ il titolo del romanzo che una vittima di Alex sta scrivendo:

Il tentativo di imporre all’uomo, una creatura capace di sviluppo e di dolcezza, capace infine di attingere il succo dalle barbute labbra di Dio, di cercare di imporre, dico, leggi e condizioni appropriate a una creazione meccanica, è contro questo che io innalzo la mia penna-spada…

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