Scienziati pazzi: Henry Jekyll

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un racconto lungo o romanzo breve che racchiude in sé tanti stili: gotico, misterioso e noir, d’avventura, di psicanalisi. Pubblicato nel 1886 da Robert Louis Stevenson, si colloca in piena rivoluzione industriale londinese, in un contesto di frenetico sviluppo economico ma anche di abbrutimento e allontanamento dal vivere semplice e naturale, conseguenza dello sviluppo delle metropoli. Questi rapidi cambiamenti economici e sociali crearono paura verso la loro origine: il progresso scientifico. La scienza venne considerata misteriosa e pericolosa quasi come la magia, piuttosto che portatrice di conoscenza e di benessere. In questo clima generale di diffidenza trova terreno fertile Lo strano caso che, sullo scaffale degli horror, fa compagnia ai suoi fratellini citati nei post precedenti. Compagni di mensola sono i romanzi gotici del Settecento, come Il castello di Otranto di Horace Walpole, Il monaco di Matthew Lewis, Il confessionale dei penitenti neri di Ann Radcliffe. Mentre questi romanzi più antichi hanno ambientazioni esotiche, i loro discendenti ottocenteschi prendono luogo in contesti molto più comuni e verosimili e per questo più inquietanti, ovvero la metropoli trasformata dalla rivoluzione industriale.

La storia in sé è arcinota: un dottore rispettabile sbarella e comincia a fare esperimenti strani, trasformandosi in un mostro. No! Non è così semplice.

Il dottor Henry Jekyll conduce degli esperimenti segreti nel laboratorio di casa sua, ricavato da una vecchia aula di anatomia appartenente al proprietario precedente, un medico. Jekyll è ossessionato dall’idea di poter separare il Bene e il Male nell’animo umano, (mi viene da pensare al Visconte dimezzato di Calvino). Jekyll è ossessionato perché sofferente ed oppresso dalla necessità sociale di comportarsi adeguatamente, gentilmente, rispettabilmente, responsabilmente. Il suo obiettivo è liberare il genere umano per mezzo di un medicinale capace di far predominare uno solo degli elementi della personalità. L’esperimento va a buon fine e il dottore si trasforma, provando un senso di entusiasta sorpresa; è come se non avesse più il peso della morale e della coscienza, può godere della libertà che ha sempre desiderato ma a cui ha dovuto rinunciare per i suoi doveri accademici e deontologici. Quando diventa il signor Hyde, si sente finalmente libero di fare ciò che vuole, dando retta solo ai propri desideri e concentrandosi su sé stesso e sul suo divertimento. La trasformazione non è solo interiore ma anche fisica; Jekyll assume delle sembianze diverse e non si riconosce, ciò gli fa percepire un distacco da sé ancora più netto e liberatorio. I problemi nascono quando il signor Hyde si prende troppe libertà, facendosi anche notare dagli altri abitanti di Londra, che cominciano ad associarlo a Jekyll, gettando ombre sulla sua integrità visto che dà appoggio ad un simile scellerato. Il crollo avviene quando Jekyll diventa consapevole della falla nel suo esperimento, ovvero egli non è padrone delle trasformazioni e sempre più spesso Hyde prende il sopravvento su di lui anche senza la medicina. Le due persone si odiano a morte a vicenda, Hyde non ha intenzione di sparire, anzi mostra un fortissimo attaccamento alla vita, cosa che in Jekyll ispira perfino un senso di pena. Vista da fuori, l’intera faccenda è nebulosa come le strade di Londra, non si capisce perché un estraneo diventi in così breve tempo amico del dottor Jekyll. Per questo motivo, lo scorbutico ma scrupoloso avvocato Utterson si incarica di far chiarezza sugli strani fatti che accadono intorno ai due signori, Jekill e Hyde.

La prima volta che si parla di Hyde è per raccontare che egli, camminando precipitosamente per strada, non si accorge della presenza di una bambina e ci passa sopra calpestandola; è un episodio semplice ma che mi ha sempre fatto paura. E non sono la sola, se consideriamo l’impressione che dà di sé il protagonista:

Nel suo aspetto c’è qualcosa che non torna, qualcosa di sgradevole, di ignobile addirittura. Non mi è mai capitato di incontrare una persona che mi abbia mai comunicato una simile, istintiva ripulsa. Ci deve essere qualcosa di deforme in lui e, anche se non saprei localizzarla, in quella figura si avverte un’anomalia. E’ un essere dall’aspetto sconcertante e tuttavia non si riesce a cogliere nulla in lui fuori dall’ordinario.

Utterson vuole fare chiarezza e manifesta tutta la sua determinazione pronunciando il mio gioco di parole preferito di sempre (rende in inglese):

If he be Mr. Hyde, I shall be Mr. Seek

Da Hide and Seek, il gioco del nascondino.

 

Quando Jekyll si rende conto di ciò che ha fatto, scrive:

Ho attirato sul mio capo una punizione e un pericolo che non posso confessare. Sono il più abietto dei peccatori, ma anche il più sciagurato dei sofferenti. Non avrei mai creduto che su questa terra potessero albergare pene e terrori così disumani…

La sua disperazione mi sembra tanto simile a quella della creatura di Frankenstein.

 

In questo scenario di dannazione, stranamente i film ispirati al romanzo sono spesso comici. L’unico che ho visto è molto discutibile e si intitola Mary Reilly con Julia Roberts e John Malkovich. Mary-Julia è la domestica di Jekyll-Malkovich e tutta la storia è raccontata dal suo punto di vista. A parte questo stravolgimento notevole, devo ammettere che l’ambientazione è realistica e Malkovich rende bene i sentimenti di Jekyll e l’egocentrismo edonistico di Hyde. Tagliate tutto ciò che riguarda Julia Roberts, che è completamente fuori luogo, e sarebbe venuto fuori un film niente male, perchè John Malkovich in certe scene è inquietante al punto giusto.

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Dono dell’ubiquità al contrario

Interrompo momentaneamente il ciclo horror per delirare un po’.

Il punto è che non riesco ad avere un buon rapporto col Tempo, e anche lo Spazio mi dà dei problemini. Quando passo improvvisamente da periodi di grande eremitaggio a periodi iper mondani, mi esalto e mi confondo contemporaneamente; com’è possibile transire da uno stato all’altro, avendone piena consapevolezza? Quando è tutto troppo rapido si rischia di non apprezzare il breve, repentino cambiamento. Può capitare che il periodo di frenesia sia così intenso da suscitare iper-eccitazione che a sua volta scaturisce in stanchezza, ma appena tutto ciò passa e si torna alla fase di “calma interiore” ci si sente svuotati, succubi dell’effetto crociera.

In questi casi per me il Tempo non esiste, diventa solo una successione di eventi che attendo o meno con impazienza, e quindi vorrei passare da un evento all’altro a mio piacimento, se magari avessi una macchina del tempo o un videoregistratore. La cosa strana (da persona disturbata oserei dire) è che mentre mi trovo dentro un evento, mi capita di desiderare di non essere dove mi trovo ma anzi di non voler essere proprio in alcun luogo (ecco perché dico “ubiquità al contrario”), ma quando passa lo rimpiango e credo che sia durato troppo poco, e vorrei tornarci dentro. Un po’ come se ogni evento sia solo una scenografia di teatro, e per viverlo sia sufficiente spostarsi verso la parte di palco con lo sfondo giusto. Ecco che così arrivo a confondere due concetti che sono sempre stati distinti, Spazio e Tempo.

Film su Frankenstein: che tragggedia!

Lo so che “i film non sono mai come i libri” etc etc, però la cosa che mi dispiace di più è che così si siano diffuse conoscenze sbagliate e che si ignori completamente il contenuto del romanzo. Mi spiego meglio: se non mi fossi incaponita a leggere la storia, avrei pensato di conoscerla già e di non aver bisogno di leggerla (scusate la poca chiarezza ma mi infervoro).

Ho visto il  film del 1931 della Universal, diretto da James Whale e con Boris Karloff. Il fatto è che il romanzo era sempre stato messo in scena a teatro (non oso pensare), e per la prima volta reso film sonoro dalla Universal che all’epoca sfornava un horror dopo l’altro. Sono certa che all’epoca dovessero davvero far paura, oggi ovviamente non possono dare lo stesso effetto; magari sembrano patetici, magari fanno tenerezza. La cosa positiva è che questa prima versione cinematografica dura poco (un’ora circa), ma malgrado ciò a volte sono stata tentata di attivare l’avanti veloce. La storia è sbagliata, e secondo me proprio questo film ha dato avvio a tutti gli altri rifacimenti sbagliati di Frankenstein.

Sto facendo la Movie-Nazi? Sì, anche se non potrei permettermelo.

La storia è ambientata nei giorni “loro” (gli anni ’30) e non a fine 1700, il nome della città non è Ingolstadt, l’amico Clerval si chiama Victor (mi pare) ed è friendzonato da Elizabeth, gli esperimenti sono fatti in un mulino abbandonato, lo scienziato ha un assistente gobbo (l’amico Fritz, mai esistito e poi parodiato in Frankenstein Junior come Igor), c’è un professore che partecipa alla gestione del mostro.. insomma è tutto fuori posto! La cosa peggiore per me è la semplificazione del “mostro”: è cattivo non per i motivi visti qui ma perchè l’assistente ha rubato un cervello di un criminale invece di un cervello normale (teorie che associano la struttura anatomica del cervello a cattiveria/bontà del proprietario, OMG).

Ho 90 anni di vantaggio e mi meraviglio più difficilmente di una 25enne media degli anni ’30; non per fare la snob ma mi dispiace che  tutto il film sia basato sulla paura “facile” –> ovviamente non per un pubblico che non era mai andato al cinema.

 

Un altro film è Frankenstein di Mary Shelley. L’intenzione di Kenneth Branagh è quella di ispirarsi abbastanza fedelmente al libro e tutto sommato ci riesce, però verso la fine mi è capitato di vedere cose, ma cose inenarrabili!! Il mostro è impersonato da De Niro (poveretto) ed Elizabeth è la meravigliosa stupenda Helena Bonham Carter. L’epoca è giusta, i nomi e gli atteggiamenti dei professori sono giusti, l’ambientazione è più colorata di come la immaginassi, la parte del ritrovamento nei ghiacci del Polo Nord è menzionata, perfino l’evoluzione della creatura è raccontata in questo film.

Victor e la creatura -puah!-
Elizabeth e Victor (poco MaryShelleyiani)

In somma: Kenneth fa il gigione in modo sfacciato (e in effetti avrebbe i titoli per poterselo permettere) ed è questo che lo rende diverso dall’introverso Victor del romanzo (ma non si può avere tutto dalla vita), si fa perdonare anche perché ha un fisico che definirei remarkable. La creatura-De Niro è forse più repellente di quanto l’avessi immaginata e decisamente ingrifata (si vede verso la fine del film); Helena Bonham Carter si trasforma improvvisamente nella Sposa Cadavere e tutti finiscono male come previsto.

La creatura di Frankenstein

Tutti gli uomini odiano i disgraziati; e allora, quanto devo essere odiato io, che sono la più miserabile tra tutte le cose viventi! Eppure tu, il mio creatore, detesti e respingi me, la tua creatura, a cui sei legato da un nodo che può essere sciolto solo dall’annientamento di uno di noi due. Ti proponi di uccidermi. Come osi giocare così con la mia vita?

La creatura di Frankenstein (a cui non viene mai dato un nome, nemmeno quello del suo creatore) racconta i primi momenti di vita; è travolto da luci, suoni, immagini, odori completamente nuovi e comincia a vagare per le strade della città fino ad arrivare in una foresta. Piano piano comincia a rendersi conto del mondo esterno, degli animali, degli alberi, del passaggio da giorno a notte, e vive in modo primitivo ed innocuo (scopre il fuoco e impara a mantenerlo vivo per riscaldarsi).

Durante i suoi spostamenti, la creatura si osserva intorno e ammira le fattorie e i campi coltivati, che considera un lusso perché non costringono le persone a raccogliere le rare bacche che crescono spontaneamente nei boschi (sua principale fonte di cibo). Egli poi trova riparo in una casupola adiacente la casa di tre contadini e ci rimane per qualche tempo osservandoli, imparando a conoscere le abitudini “civili” e imparando a parlare. Si sente legato affettivamente ai suoi inconsapevoli ospiti e rimpiange di non poterli avvicinare per fare amicizia. Ci prova, ma spaventa a morte tutti, quindi scappa.

Questa reazione accomuna tutti quelli che incontrano la creatura nei giorni successivi. Ogni suo tentativo di generosità verso gli umani viene visto come un’aggressione, tutti lo rifiutano senza motivo apparente. Questa condizione gli fa desiderare di non essere mai nato e gli fa provare odio profondo verso il suo creatore. Quando si trova davanti a Frankenstein, gli chiede di attuare l’unica soluzione per evitare la solitudine: creare una sua simile, femmina, che possa essere la sua unica compagna di vita. Questa proposta getta nel dubbio Victor, e da qui derivano tutte le altre tragedie del romanzo.

IMHO. Nel percorso della creatura, è interessante come questa veda gli esseri umani, è come se si fosse plasmata sugli eventi e sui comportamenti altrui:

Davvero l’uomo sapeva essere forte, virtuoso, magnifico e nel contempo crudele e vile? Qualche volta appariva come puro frutto del principio del male; altre volte incarnava tutto ciò che ci può essere di nobile e di divino.

Dopotutto, la creatura è frutto di un errore umano, non prova odio per se ma come conseguenza di ciò che ha vissuto, tanto che all’inizio cerca di avvicinare gli esseri umani ma sono loro ad aborrirlo (sarebbe troppo facile in questo caso dire “è l’uomo il vero mostro e blabla”).

Secondo me non è poi incomprensibile la sua voglia di vendetta!

Scienziati pazzi: Victor Frankenstein

Frankenstein inizia con delle lettere che il signor Walton invia alla sorella raccontandole della sua spedizione nei mari del Polo Nord. Durante la navigazione, di sera, l’equipaggio avvista qualcosa che sembra una slitta con dei cani guidata da un essere strano. La mattina dopo i marinai vedono una slitta identica alla precedente su un blocco di ghiaccio, ma stavolta è guidata da una persona, convinta dalla ciurma a salire a bordo. Il tizio è scombussolato, a tratti folle, ma mostra una certa dolcezza; man mano si riprende dagli sballottamenti subiti e diventa amico del signor Walton, infatti gli racconta la sua storia.

Quel forestiero è Victor Frankenstein, figlio di un’illustre famiglia di Ginevra. Egli racconta la sua infanzia, serena ed agiata, e di come ha conosciuto Elizabeth, bambina sua coetanea adottata dalla madre e cresciuta insieme a lui come una sorella.

Victor cresce e a 13 anni scopre le teorie di Cornelio Agrippa e decide di approfondire studiando anche Paracelso e Alessandro Magno. Con l’entusiasmo e l’ingenuità della sua età, arriva ad idolatrare pensatori considerati obsoleti già nel diciottesimo secolo perché studia da autodidatta. A 17 anni Victor inizia l’università, dove sbatte con la realtà dei fatti presentata in modo brutale dal professor Krempe:

Ogni minuto, ogni istante sprecato su quei libri è irrimediabilmente e interamente perduto. Lei si è caricato la mente di sistemi superati e nomi inutili. Buon Dio! ma in quale landa desolata viveva, perché nessuno sia stato tanto cortese da informarla che le fantasticherie di cui si è così avidamente nutrito sono vecchie di mille anni e tanto ammuffite quanto decrepite?

Questo discorso non demoralizza Victor che già si era reso conto dell’arretratezza dei suoi studi. Forse è più che altro disorientato, perché la materia di Krempe non lo attira e deve capire con che approccio avvicinarsi alla scienza del periodo. Per questo segue il professor Waldman, e dalle sue lezioni di chimica -lontane dall’alchimia- trae spunto per ciò che vuole fare in futuro:

Tanto è stato fatto, esclamò l’anima di Frankenstein; di più, molto di più farò io: comprendo le orme già lasciate, batterò nuove strade, sperimenterò poteri sconosciuti e svelerò al mondo i misteri più nascosti della creazione.

Da qui comincia il periodo di “studio matto e disperatissimo”, unito a esperimenti che (purtroppo per me perché ero curiosa) sono solo accennati. L’intento di Victor è quello di creare degli esseri perfetti grati a lui della loro stessa esistenza (vanitosone!). Per assemblare un individuo del genere, Victor si serve di obitori e macelli e decide di costruire un soggetto più grande del normale per poter unire i vari pezzi agevolmente. Dopo tutto questo lavoro, all’una di notte, egli raccoglie i suoi strumenti della vita per infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai suoi piedi.

Nel tremolio della luce ormai debole, vidi aprirsi i vacui occhi gialli della creatura: respirava con difficoltà, e un fremito convulso gli agitava le membra. Come posso spiegare le sensazioni di fronte a questa catastrofe, o descrivere l’infelice che con infinita pena e cura mi ero sforzato di creare?

Buuuuu!

Victor è disperato: impaurito dalla sua stessa creazione, scappa e cerca rifugio nel cortile della sua casa da studente, poi trascorre il resto della notte in una locanda. La mattina dopo incontra il suo amico fraterno che è andato a fargli visita e si tranquillizza, soprattutto quando, tornando a casa, non c’è traccia del mostro. Il sollievo è sterminato, ma una cattiva notizia da casa costringe il ragazzo a tornare a Ginevra.

Secondo Victor, ciò che è accaduto alla sua famiglia deve essere in qualche modo correlato al mostro, per questo fa delle “escursioni” per trovare la sua creatura. La creatura si fa trovare e racconta la sua storia.

La mia idea di Victor. La prima cosa che mi ha meravigliata è la giovane età; da quanto ho capito leggendo, ha fatto tutto a massimo 20 anni, quindi non aveva grande esperienza scientifica (per la scienza dell’epoca, anche se credo proprio che lui fosse un pioniere, asd) e non si rendeva bene conto delle conseguenze delle sue azioni. Era preso dalla smania di riuscire nel suo progetto e non vedeva nient’altro, durante i suoi esperimenti viveva in un mondo a parte popolato solo da sé stesso e dalla sua creatura in divenire, nemmeno alla famiglia riusciva a pensare. Quando ha visto il risultato finale, si è terrorizzato e ha avuto la reazione più comune possibile: scappare. Peccato per lui che il suo “problemino” fosse capace di camminare e di evolversi, dandogli non poche preoccupazioni.

In somma, non riesco a vedere della pura malvagità in Victor, piuttosto mi sembrano evidenti incoscienza, senso di onnipotenza, un bel po’ di presunzione, mancanza di lungimiranza, egoismo; caratteristiche (non belle, ok) della gioventù che non controllate hanno prodotto gli effetti devastanti narrati nel libro (no spoiler, tranquilli).

Scienziati pazzi: Introduzione & Come è nato Frankenstein

Mi sono ritrovata proprietaria di tre classici dell’horror: Frankenstein di Mary Shelley, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson e Dracula di Bram Stoker. Di questi, il primo non lo avevo mai letto, il secondo lo avevo letto frettolosamente al liceo ed il terzo lo avevo abbandonato. Al momento i primi due sono finiti e stavolta mi sono presa la briga di sottolineare le parti secondo me importanti per avere sott’occhio l’evoluzione dei protagonisti. Dato che ognuno di questi romanzi ha una filmografia densa e non potrò mai conoscerla tutta, ho pensato intanto di raccontare e fare riflessioni sui primi due titoli, e dopo passerò ai rispettivi film che secondo me sono più degni di nota (e che non ho ancora visto).

Quando penso a Frankenstein, penso sempre, erroneamente, al mostro creato e non al creatore. Penso che la colpa di ciò sia l’insieme di parodie da cui siamo stati bombardati fin dall’infanzia, o forse era solo una mia convinzione sbagliata. Detto da una che credeva Pulp fiction un musical, è probabile.

Il contesto in cui il romanzo è stato concepito mi affascina quanto e più della storia in sè. Mary Godwin, nell’introduzione all’edizione del 1831*, risponde alla domanda che tutti le facevano: “come arrivai io, che allora ero una ragazzina, a pensare un’idea così orribile e a soffermarmici?”. In effetti lei aveva 19 anni quando pensò alla storia; quanti di noi sarebbero stati capaci alla sua età di concepire qualcosa di simile?? Un punto a Mary. Nell’estate del 1816 lei e il marito Percy Shelley vanno in Svizzera a trovare Lord Byron; all’inizio passano il tempo sul lago o passeggiando, ma poi il clima peggiora e sono tutti costretti a restare chiusi in casa. Proprio durante queste ore oziose, Lord Byron propone ai suoi ospiti di scrivere una storia di fantasmi ciascuno. Ecco qual era l’intento dell’autrice:

Io mi affannai a pensare a una storia, una storia che potesse tener testa a quelle che ci avevano spinto a quell’impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure che abbiamo in noi, e risvegliasse un orrore da brivido; una storia che obbligasse il lettore a guardarsi intorno spaventato, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore.

Lei poverina pensa e ripensa ma non ha idea di che scrivere, e nel frattempo Byron e Shelley fanno gli spavaldi parlando delle loro storie. Durante queste discussioni edotte si trattano argomenti scientifici, tipo gli esperimenti di Darwin e i principi dell’elettricità -galvanizzazione- usati per rianimare i cadaveri, e tali elucubrazioni continuano fino a tarda notte (lei dice: “anche l’ora delle streghe era passata” –> consapevole di essere spaventatissima, un altro punto!). Con tutte queste idee in testa, Mary va a dormire e ovviamente fa un incubo con i fiocchi.

Vidi, con gli occhi chiusi ma con un’acuta vista interiore, il pallido studioso di arti scellerate inginocchiato davanti alla cosa che aveva creato. Vidi l’orribile fantasma di un uomo disteso, che poi, sotto l’azione di un potente motore di qualche tipo, mostrava segni di vita e cominciava a muoversi, con movimenti faticosi, semianimati. […] L’artefice era terrorizzato dal suo stesso successo; fuggiva, pieno d’orrore, dalla sua ripugnante opera. Credeva che, abbandonata a sè stessa, la scintilla di vita da lui accesa si sarebbe spenta; che quella cosa, così imperfettamente animata, sarebbe ridiscesa a livello di materia morta.

Il sogno inquieta Mary, che cerca di pensare ad altro; dopotutto ha una storia di fantasmi da scrivere!! Sarebbe fantastico poter spaventare qualcun altro con la sua storia così come si è spaventata lei con quell’incubo! Ed ecco l’illuminazione: quello che ha spaventato lei spaventerà anche gli altri!

Quella mattina Mary annuncia di aver pensato ad una storia e che magari ci si poteva ricavare un racconto breve. Shelley invece sprona la moglie ad ampliare il discorso in modo da renderlo un romanzo (grazie Percy per averle dato l’idea!), anche se tutti i contenuti, Mary ci tiene a precisarlo, sono interamente farina del suo sacco –> altro punto, Mary!

Al prossimo post le mie considerazioni e i passaggi che ritengo importanti di Frankenstein.

*Le citazioni dell’autrice sono nell’edizione “I sempreverdi” di Mondolibri (aka Mondadori suppongo)

Orgoglio e pregiudizio

Definirei questo romanzo di Jane Austen il “Piccole donne2.0” della letteratura per ragazze. Famiglia meno sfigata economicamente, con cinque figlie da piazzare. Trovare dei buoni partiti non è facile, ma la situazione si risolleva quando nel villaggio arriva un ricchissimo giovane, il signor Bingley, al quale i signori Bennet (ma soprattutto la madre un po’ dozzinale) vogliono appioppare la bella e gentile Jane. Per conoscere il vicinato, Bingley organizza un ballo nella sua magione. In questa circostanza le signorine Bennet conoscono gli amici di Bingley, tra cui il signor Darcy (tanto bello quanto ricco quanto scorbutico e prevenuto). L’orgoglio della pungente Elizabeth trova modo di manifestarsi e la signorina attira l’attenzione del gentiluomo, anche se non in modo positivo. Continuano gli inviti, i pettegolezzi, i discorsi assennati di Elizabeth, gli equivoci e in questa cornice compaiono personaggi originali, tra cui Lady Catherine De Bourgh, la signora Bennet e il cugino prete che dichiara ad Elizabeth l’intenzione di sposarla e che viene posto immediatamente nella cousin-zone. In tutto questo ginepraio, ciò che interessa a tutti è la storia tra Lizzy e il signor Darcy, ammettiamolo.

L’intenzione moraleggiante è minore rispetto al capolavoro (ebbene sì, per le bambine fino agli anni ’90 è un capolavoro) della Alcott e la scrittura è molto più articolata, varia, ricca, matura. Ognuna di noi si identifica in qualcuna delle cinque sorelle Bennet: le due più piccole sono più sciacquine e vanno appresso ai militari, la terza è la sfigata secchiona che non sa suonare nè cantare e poi ci sono le due più “importanti”, Elizabeth e Jane. Elizabeth mi ricorda molto Jo March e Jane è identica a Meg; le Bennet però sono più fortunate delle March perché sposano due giovani & ricchi (bel colpo, ragazze!). Ho letto il libro solo una volta e non credo che lo rileggerò, infatti per me è stato un po’ impegnativo e mi è sembrato un mezzo polpettone. I rifacimenti cinematografici e televisivi mi hanno aiutata ad apprezzare i personaggi (la storia in sé è abbastanza lineare e certo non innovativa, imho).

Quali rifacimenti? Quelli che conosco io sono:

  1. Film del 1940
  2. Miniserie BBC del 1995
  3. Film del 2005

Se me ne sfugge qualcuno, illuminatemi.

Neanche a farlo apposta, sono in ordine sia cronologico che di preferenza -per me-. La versione del 1940 è incantevole. Non perchè devo essere hipster, giuro. Nessun altro remake rende il romanzo così ironico, come secondo me voleva la Austen. La storia di fondo ha un suo significato, i temi di “orgoglio” e “pregiudizio” ci sono e sono ben sviluppati, ma l’irony risolleva tutto e non si scade nel melenso più dell’indispensabile. Il signor Darcy impersonato da Sir Lawrence Olivier è perfetto, forse un po’ gigione ma appropriato, sembra consapevole del fatto di esagerare, a volte, ma lui è ricco, bello e nobile, quindi se lo può permettere. Da. Vedere. (Nella foto, Lizzy e Darcy)

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Miniserie BBC 1995. L’ho vista solo una volta, su “consiglio” di Bridget Jones che per consolarsi dalle sue sventure amorose guarda e riguarda la scena in cui il signor Darcy – Colin Firth esce dal lago con la camicia bianca bagnata (arf arf!). Devo ammettere che speravo che la camicia fosse più trasparente, ma pazienza. A parte questo, lo rivedrò, infatti Wikipedia dice che ha mantenuto la vena ironica e voglio verificare.

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Film 2005. Con Keira puzzona-sonognoccaquindinonmilavo- Knightley. Bellissimi paesaggi, campagna inglese a perdita d’occhio, cavalcate e brughiere, scogliere etc etc. LEI non mi piace, anche se nei suoi ragionamenti femministi orgogliosi può essere convincente, ma LUI, Darcy, è intollerabile. Sembra sempre sul punto di starnutire. Sembra che abbia costante allergia da fieno e che tutto ciò che vuole sia scatarrare da qualche parte in privato, lontano dalle signorine vestite di bianco. A parte l’estetica del film, quindi scenari e fotografia, il resto è impossibile da seguire per me, quindi non credo che lo rivedrò mai più.

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“Fun” fact: nel periodo in cui leggevo il romanzo (ero al liceo), parlavo e scrivevo alla maniera forbita della Austen. Ho anche scritto un tema ispirandomi al suo stile linguistico, ma non mi è valso quel voto in più cui tanto agognavo -> tristezza 😦