San Silves… ehm no, San Lorenzo

Chissà che inceppamento subiscono i miei neuroni, ma confondo queste due ricorrenze, forse perchè le associo alla notte.

Il 10 agosto mi sono ritrovata beatamente alla Valle dei Templi ad Agrigento. Una siciliana che non è mai andata alla Valle dei Templi, nemmeno in gita alle medie, è un’ignominia vivente, era mio dovere porre rimedio. Perchè ero alla Valle dei Templi? Perchè la sera ci sarebbe stata “La notte con le stelle” organizzata dal FAI, segnalata da un amico astrofilo che è fortunatamente riuscito a trascinarci tutti (tutti chi?) in cotale luogo.

Ospite aureo era Paolo Nespoli, che non avevo mai sentito nominare (mea culpa, sono una persona ignobile) e che è diventato immediatamente il mio modello supremo di vita. In un’ora ha raccontato la sua evoluzione accademica e professionale, descrivendo il training necessario a diventare astronauta e raccontando come sia la vita nello spazio nei più piccoli e apparentemente insignificanti dettagli, con una naturalezza che mi ha lasciata F4 (per chi non conosce la serie tv “Boris”: basita).  La mia F4aggine dipendeva anche dalla collocazione da sogno in cui eravamo stati piazzati per l’incontro, il Tempio di Vulcano al giardino della Kolymbethra (Foto: se ci fate caso, si vedono la luna e in linea, oltre la colonna, un puntino che è Venere e non un pixel bruciato del vostro monitor).

Immagine

Provo a scrivere quello che ricordo (affidabilità del 90%, mi autoflagellerò come l’elfo domestico Dobby per gli errori imperdonabili, giuro) e che mi è rimasto più impresso.

Formazione di Paolo Nespoli. Dopo il diploma, Nespoli si prende un anno sabbatico per decidere che fare della sua vita, quindi entra nell’esercito come Allievo paracadutista, poi fa carriera e diventa Istruttore paracadutista, incursore e cose così (ottiene anche il brevetto di sommozzatore). Fino a 26 anni fa questa vita a dir poco vivace. Dopo – non ricordo il passaggio – gli viene il pallino dello spazio, MA per fare l’astronauta servono tre requisiti: 1) laurea tecnico/scientifica, 2) conoscenza perfetta dell’inglese, 3) fisico sano, robusto, allenato. Dei tre requisiti lui ha solo il terzo, quindi decide di ottenere gli altri due, il tutto già a 26 anni. Va a New York per studiare Ingegneria Aerospaziale con la speranza di imparare l’inglese, ma i primi due anni di università comportano solo approcci ai numeri e i miglioramenti linguistici sono pochi. Negli anni successivi la situazione migliora fino ad arrivare alla perfezione e alla laurea, a 30 anni. A questo punto, con un bagaglio accademico e “militare” imponente, ci sono vari tentativi di entrare a far parte di ESA e/o NASA  *qui forse mi ero distratta cercando stelle cadenti*. Quello che ricordo è che Nespoli è stato chiamato all’improvviso per andare in missione con i russi, ed è partito per Mosca ipso facto. Arrivato al centro di addestramento, come Allievo (ci ha raccontato che la posizione di allievo e la relativa lettera “A” sono sempre state ricorrenti nella sua vita), viene assegnato a Dmitri, sempre sorridente e solare, e a Katherine, una chimica americana. Per affrontare i due anni e mezzo di addestramento, però, è necessario imparare il russo, quindi Nespoli, a 50 anni, impara il russo e poi parte per la prima volta verso lo spazio da una stazioncina uguale in tutto e per tutto a quella da cui era partito Yuri Gagarin. Prima di partire per la missione, Paolo, Dmitri e Katherine rendono omaggio a Yuri presso la sua tomba –> i russi hanno delle consuetudini che rispettano rigorosamente.

Vita nello spazio. In assenza di gravità (anzi, in microgravità) cambia tutto: non ci sono punti di riferimento definiti, dentro la navicella non c’è un pavimento, un tetto, delle pareti. Sì, c’è scritto deck, roof etc ma stando lì dentro non c’è una direzione, si gira! Se una cosa cade, in realtà non cade, non va a terra, va da qualche parte magari perdendosi per sempre. Gli effetti sul corpo umano sono molto curiosi. Spariscono i calli dalle piante dei piedi perchè nello spazio non si cammina ma si fluttua; i calli vengono sul dorso, vicino alle dita, perchè ci si àncora ai maniglioni per star fermi ed avere le mani libere per usare gli strumenti di bordo, fare gli esperimenti, mangiare etc. Le alterazioni di pressione agiscono sul nervo ottico e la vista si riduce, infatti gli astronauti sono tutti miopi e a volte il difetto visivo permane anche dopo essere tornati sulla Terra. Le ossa si indeboliscono perchè i pressocettori (dello scheletro?) non sono più stimolati ad accumulare calcio, quindi un astronauta ha lo scheletro 10 volte più debole di una persona affetta da osteoporosi sulla Terra. La colonna vertebrale si distende, comportando un aumento di altezza (Nespoli ha guadagnato ben 8 centimetri stando nello spazio, altro che nuoto e stretching) che a volte è associato a forti mal di schiena. I muscoli si indeboliscono e vanno in atrofia, per evitare ciò gli astronauti devono allenarsi due ore al giorno, un’ora facendo cardio (si attaccano con dei cavi alle cyclette senza ruote.. a che servirebbero le ruote?) e un’ora di allenamento muscolare (non con i pesi, nello spazio non funzionano!). La sveglia è alle 7,30 e si lavora circa dalle 8,30 fino alle 20,00 però attenzione: non c’è alternanza di giorno e notte a bordo, il tempo è scandito da luci artificiali e tendine!

E nelle ore “libere”? Ognuno ha un suo spazio personale, molto piccolo (nella stazione russa era meno di una cabina telefonica, se ricordo bene), con pc, connessione a internet e cose così. Domandone dal pubblico: “A cosa pensate quando siete lì nello spazio, pensate alla Terra? Come sembra vista da lassù?”. Rispostona di Nespoli: “Ma veramente non c’è tempo di porsi questi interrogativi filosofici, si bada molto all’aspetto scientifico e tecnologico per mantenere in funzione tutte le macchine – e non schiattare” aggiungerei io.

La International Space Station (ISS) in confronto è un albergo ad almeno 4 stelle. Grande quanto un campo di calcio, è stata assemblata nello spazio e adesso orbita circa a 400 km di quota attorno alla Terra. Per percorrere questa distanza impiega 8 minuti, la velocità media è 8 km/s. L’area “vivibile” è di 350 mq, ma in realtà è molto meno perchè tanta parte dello spazio è occupato dai macchinari, sia di navigazione che sperimentali. Ma che esperimenti fanno? Ero lì ad ascoltare con il rivolo di bava e le stelline negli occhi. Gli astronauti sono sia scienziati che cavie con lo scopo di rilevare delle differenze nel corpo umano in microgravità; misurano i loro parametri vitali, di qualunque genere, e li inviano sulla Terra in modo che i medici possano analizzarli. L’obiettivo? Capire gli effetti della microgravità sul corpo umano per sei mesi, con la prospettiva dei viaggi su Marte, che durerebbero proprio sei mesi. *Ovviamente fanno anche altri esperimenti, ma le stelle mi distraevano troppo*.

Sorpresine. Mentre Nespoli parlava, ogni tanto controllava il cellulare perchè Luca Parmitano, attualmente nella ISS, gli mandava mail di saluto per noi 600 spettatori della Notte con le stelle. Su Twitter, Parmitano ci ha mandato una foto della Sicilia fatta qualche giorno prima + un meraviglioso video. Così lontano ma così vicino grazie a INTERNET!! ❤

Immagine

Alla ISS c’è una stanza a cupola (cervello out, potato) da cui si vede lo spazio (strano!). Lì spesso ci vanno gli astronauti in pausa. Dato che dalla ISS si vedono 16 albe e 16 tramonti,  il paesaggio cambia molto rapidamente, come se si stesse girando un mappamondo, quasi. Alcuni astronauti passano il tempo scattando foto della Terra e dello spazio; uno di questi, un americano, ha ben pensato di piazzare 3 fotocamere che scattano una foto ogni 10 minuti (o 5?), per un totale di 25000 a settimana: una mole di dati immane anche per la NASA, e all’apparenza di dubbia utilità. In effetti, le foto messe in sequenza danno un video (time lapse) che fa vedere cose che nessuno si era mai sognato di osservare, quindi sono stati scoperti vari fenomeni spaziali *troppo meravigliata per ricordarli*.

Parte romantica della serata. Dopo l’intervento di Nespoli che avrei voluto fosse eterno, sono intervenuti altri scienziati, spiegandoci cosa siano le stelle cadenti, ovvero frammenti di cometa, le Perseidi, chiamate così perchè sembrano irradiate dalla costellazione di Perseo (mitologicamente, le lacrime di san Lorenzo versate durante il suo martirio). Come ornamenti (più orpelli, direi), ci sono stati degli intermezzi cantati e recitati *meh*.

Ma le stelle? Durante le presentazioni degli ospiti, a volte si sentivano degli “OOOOOOOOOOOH!!!” e “clapclapclap” per stelle cadenti che io NON ho visto (-.-”). Il direttore dell’ESA (o simili) ci ha spiegato, col puntatore laser, le costellazioni del cielo estivo (Cassiopea, Orsa minore, Cigno, Lira, Aquila) *ho sfruttato queste conoscenze per farmi la sapientona ad un falò, muahah* e le stelle più luminose. Dire “incantevole” è infinitesimalizzante (inventiamo parole).

Tra i saluti finali, l’ultima frase di Paolo Nespoli mi ha sinceramente commossa; ci ha raccomandato di sognare e pensare in grande, di svegliarsi e mettersi all’opera, duramente e facendo sacrifici, per realizzare i propri desideri!

Paolo Nespoli ci ha anche fatto la foto per mandarla a Luca, che l’ha subito twittata!! ❤

Chicca finale. L’inviato della tv locale agrigentina Teleacras, purtroppo non presente alla serata, ma degno del premio Pulitzer!

Annunci

Un libro di cui per fortuna non faranno mai il film

In realtà non posso chiamarlo “un libro” ma “Il Libro”, ci vogliono le maiuscole per dargli la sacralità che merita. Sì lo so, esagero, infatti questo è solo il mio personale parere, opinabile e contestabile perchè dettato dal cieco e irragionevole amore, nato per caso quando ero al secondo anno di liceo. Da brava secchiona quindicenne, invece che sfogliare “Vogue” (che però apprezzavo), ero solita leggere gli estratti dei romanzi del Grammantologia con la speranza di scovare qualcosa di interessante; ecco cosa ha attirato fatalmente la mia attenzione:

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.

Non so perchè, sarà che fino a quel momento avevo solo letto Piccole donne, Il visconte dimezzato, Delitto e castigo, I Malavoglia & Co, ma quel linguaggio così colloquiale e diretto mi aveva incuriosita oltremodo. Mi sto riferendo, ovviamente, a Il giovane Holden.

Holden Caulfield non è solo un personaggio, ma è diventato mio amico. Non so spiegarmi il perchè. Non riesco nemmeno a descriverlo, perchè credo che sbaglierei e che lui possa in qualche modo irritarsi per essere stato frainteso. E’ come se Holden fosse autentico, con volontà ed identità proprie, è come se il romanzo fosse solo un punto di partenza, una base su cui il resto del suo carattere si costruisce da solo. Dato che per me è troppo difficile raccontare di Holden, mi faccio aiutare da lui.

Holden studia in una scuola prestigiosa, anzi in realtà ha studiato in scuole prestigiose, cambiando spesso per i motivi più svariati.

L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. […] E sotto quel tipo a cavallo c’è sempre scritto: “Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventú dalle idee chiare”. Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e quale come nelle altre scuole. E io laggiù non ho conosciuto nessuno che fosse splendido e dalle idee chiare e via discorrendo. Forse due tipi. Seppure. E probabilmente erano già così prima di andare a Pencey.

A Pencey c’erano un sacco di farabutti. Una quantità di ragazzi venivano da famiglie ricche sfondate, ma c’erano un sacco di
farabutti lo stesso. Una scuola, più costa e più farabutti ci sono – senza scherzi.

A causa dei suoi scarsi voti è stato cacciato, sbattuto fuori giusto poco prima delle vacanze di Natale. La sua ultima “perla” è stata dimenticare nella metro di New York tutta l’attrezzatura della squadra di scherma della scuola, di cui era il responsabile.

Io continuavo a starmene vicino a quel cannone scassato, guardando la partita e gelandomi il sedere. Solo che alla partita badavo poco. Se me ne restavo lí era perché cercavo di provare il senso di una specie di addio. Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addío sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.

Prima di partire, Holden deve salutare il suo anziano e malaticcio professore di storia, che cerca fino all’ultimo di dargli dei saggi consigli di vita.

– La vita è una partita, Figliolo. La vita è una partita che si gioca secondo le regole.
– Sí, professore. Lo so, Questo lo so. Partita un accidente. Una partita. È una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri, tante grazie – e chi lo nega. Ma se stai dall’altra parte, dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidente di partita è? Niente, non si gioca.

… non mi sentivo in vena di sorbirmi una predica e di fiutare quell’odore di gocce Vicks e di guardare il vecchio Spencer in pigiama e vestaglia, tutto in una volta. Proprio no.

Dopo l’illuminante colloquio, Holden torna ai dormitori. Le camere degli studenti sono delle doppie comunicanti a due a due tra loro attraverso le docce. Il compagno di stanza di Holden è Stradlater, mentre il vicino è Ackley. Tanto per farvi capire che tipi sono:

Quello (Stradlater) stava sempre a chiederti di fargli un grosso favore. Prendete uno molto bello, o uno che si crede proprio un fenomeno, be’ sta sempre a chiedervi di fargli un grosso favore. Siccome si amano follemente, credono che li amiate follemente anche voi, e che moriate dalla voglia di fargli un favore. E’ un po’ buffo, in un certo senso.

Potevi sentire il vecchio Ackley che russava. Attraverso quelle dannate tende della doccia, potevi sentirlo. Aveva la sinusite, e quando dormiva non respirava tanto bene. Le aveva tutte lui, quello là. Sinusite, foruncoli, denti schifi, alito cattivo, unghie sozze. Come facevi a non compatirlo un po’, quello svitato figlio di puttana.

Dopo un paio di episodi spiacevoli e riflessioni “catastrofiche”, Holden arriva alla saturazione, non sopporta più le persone dentro Pencey e nemmeno sè stesso a Pencey.

Tutt’a un tratto decisi che in realtà quello che dovevo fare era di tagliare la corda immediatamente – quella sera stessa eccetera eccetera. Voglio dire, senza aspettare mercoledí né niente. E che non mi andava piú di stare là. Mi faceva sentire troppo triste e solo. Cosí decisi che quello che dovevo fare era di prendere una camera in albergo a New York – un albergo molto economico eccetera eccetera – e poi di starmene in panciolle fino a mercoledí. Poi, mercoledí, sarei andato a casa riposato e in gran forma.

Qui iniziano le avventure newyorkesi, che si rivelano fondamentali per comprendere la vita esterna e interna a Holden. La vita esterna è quella che si consuma velocemente e che corrisponde alla grande metropoli a fine anni ’40, con i suoi spettacoli a Radio City Music Hall, i night club e i musicisti gigioni, i drink venduti senza controllare attentamente l’età dei clienti, le ragazze di provincia che credono di vedere celebrità ovunque, le suore che amano Shakespeare, la falsità dei complimenti e di parole come “eccezionale”. Lui lo dice molto meglio di me:

È tutto. Odio vivere a New York e via discorrendo. I tassí, e gli autobus di Madison Avenue, con i conducenti e compagnia bella che ti urlano sempre di scendere dietro, e essere presentato a dei palloni gonfiati che chiamano angeli i Lunt, e andare su e giú con gli ascensori ogni volta che vuoi mettere il naso fuori di casa, e quegli scocciatori sempre lí da Brooks, e la gente che non fa altro… Prendi le macchine. Prendi la maggior parte della gente, hanno il pallino delle macchine. Sudano freddo per un graffio alla carrozzeria, e non la finiscono piú di raccontarti quanti chilometri fanno con un litro, e se prendono un nuovo modello già pensano di cambiarlo con un altro ancora piú nuovo. A me non mi piacciono nemmeno le macchine vecchie, figurati. Voglio dire, non mi interessano nemmeno. Preferirei avere un maledetto cavallo. Almeno un cavallo è umano, Dio santo.

Dovresti andare in un collegio maschile, una volta. Provaci, una volta. È pieno di palloni gonfiati, e non fai altro che studiare, cosí impari quanto basta per essere furbo quanto basta per poterti comprare un giorno o l’altro una maledetta Cadillac, e devi continuare a far la commedia che ti strappi i capelli se la squadra di rugby perde, e tutto il giorno non fai che parlare di ragazze e di liquori e di sesso, e tutti fanno lega tra loro in quelle piccole sporche maledette cricche. Quelli della squadra di pallacanestro fanno lega tra loro, i cattolici fanno lega tra loro, i maledetti intellettuali fanno lega tra loro, quelli che giocano a bridge fanno lega tra loro. Fanno lega perfino quelli che appartengono a quel dannato Club del Libro del Mese!

La vita interna elaborata da Holden non è precipitosa, dà il tempo ad un bambino di osservare in dettaglio le statue del Museo di Storia Naturale, di allacciarsi con cura i pattini a rotelle, di camminare lungo una linea perfettamente dritta senza perdere l’equilibrio, di riflettere su questioni futili come la destinazione delle anatre del lago di Central Park quando è ghiacciato. E che differenza quando parla di un luogo a lui caro come il Museo di Storia Naturale, mi sembra di sentirlo, con un misto di “amore”, nostalgia e malinconia.

Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell’esquimese aveva sempre appena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano ancora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeverandosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L’unico a essere diverso eri tu. Non è che fossi molto piú grande né niente di simile. Non era proprio questo. Era solo che eri diverso, ecco tutto. Stavolta avevi addosso il soprabito, magari. Oppure il bambino che era stato vicino a te l’ultima volta si era preso la scarlattina e ora avevi un altro compagno. Oppure non era la signorina Aigletinger ad accompagnare la scolaresca ma una supplente. Oppure avevi sentito papà e mamma che litigavano come due forsennati nella stanza da bagno. O per la strada eri appena passato vicino a una di quelle pozzanghere dove la benzina fa l’arcobaleno. Voglio dire, eri diverso, per una ragione o per l’altra – non so spiegare quello che ho in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia.

La vita immaginata e desiderata da Holden si riassume nella sua idea di lavoro perfetto, l’acchiappatore nella segale, che è anche il titolo originale del libro (solita tiritera, era “The catcher in the rye”, intraducibile in italiano etc. etc.). Pensandoci bene, l’idea di fare un lavoro che nasce da una canzone storpiata (che in realtà è una poesia) non è affatto male, soprattutto quando senti quella canzone borbottata da un bambino che cerca di stare in equilibrio su una linea immaginaria a filo con il marciapiede, incurante di ciò che accade attorno a lui a New York.

Cantava quella canzone: “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno”. E aveva anche una bella vocetta. Cantava cosí tanto per fare, si capisce. Le macchine rombavano giú, i freni stridevano da tutti i lati, i genitori nemmeno lo guardavano, e lui continuava a camminare lungo il marciapiede cantando “Se scendi tra i campi di segale e ti prende al volo qualcuno”. Mi fece sentire meglio. Non mi fece sentire piú cosí depresso.

Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

Perchè non esiste il film? Me lo sono spesso chiesto e mi dispiaceva l’idea che nessuno avesse pensato a raffigurarlo; anni fa il mio più grande desiderio era proprio quello di vedere Holden.  J. D. Salinger ha sempre rifiutato di concedere i diritti del suo romanzo perchè lo considera “irrecitabile”, o meglio, unactable. Riflettendoci, condivido appieno questa idea, infatti sono sicura che qualunque tentativo storpierebbe l’idea che ho di lui e lo impoverirebbe tremendamente.

In ogni caso, è impossibile NON pensare ad un possibile film, e Finzioni ne dà una versione interessante, a mio avviso 🙂

P. S. So che è il WOT più W della storia, ma non ho potuto farne a meno!

P. p. s. (23 agosto, ore 22,26) Non so cosa sia successo, mi era sparito un quarto di post, poi ho visto che avevo scritto delle cavolate tra i tag, ovvero “cacciatore” invece di “acchiappatore”… sono definitivamente impazzita!