Cose che non mi interessano #2

C’è voluto un po’ di tempo, ma credo di poter racimolare un po’ di cose che non mi interessano. Mi sento un po’ come Ned Flanders quando, pressato da Homer a dire cosa odia, sciorina tutto il suo astio verso l’ufficio delle poste. Ecco, ora mi sfogo anche io in questo modo.

  • Ben Affleck che impersona Batman e tutto lo sconcerto relativo
  • La decandenza morale (asd) di Miley Cyrus
  • L’iPhone di qualunque versione e soprattutto il delirio per l’uscita dell’ultimo modello
  • Tutte le possibili sfumature di grigio, rosso e nero
  • La visione di Parigi come meta del romanticismo
  • Le milioni di cover per iPhone mentre per altri modelli ci si può solo rassegnare alla distruzione
  • I braccialetti di stoffa/plastica che costano un patrimonio e sono dozzinali (Cruciani e co)
  • I nuovi smalti di Chanel
  • Questo blog
  • Il ribaltamento della Costa Concordia
  • Le selfie
  • Come avere più follower su Twitter ed Instagram
  • Il motivo per cui, in chat, alcuni scrivono una parola alla volta e premono “invio” rendendo la lettura un calvario

Aggiunte:

  • L’uscita di GTA V e le relative riflessioni (scusate)
  • Il film “Bling ring” e le sue anteprime su MTV

The help

Spunta pure qua un post su questo libro/film. Ci ho messo un sacco di tempo a decidermi di scriverci su perchè ogni mia parola potrebbe far apparire tutta la storia un “discorso da serve” (cit. Holden).

Spoiler alert, se non volete conoscere la storia adesso, non leggete.

Mississippi, Jackson, 1962. In media, le ragazze iscritte all’università lasciano gli studi non appena trovano marito, diventano regine della casa, sfornano pargoli e si fanno aiutare (mentre sono dal parrucchiere o impegnate in opere di beneficienza) dalle cameriere di colore, trattate spesso malamente. Tra queste ragazze c’è Eugenia Skeeter Phelan, che a differenza delle colleghe è riuscita a laurearsi e, una volta tornata a casa, si attiva per trovare la propria strada nella vita. Il ritorno a Jackson post laurea è meno rincuorante del previsto, infatti Skeeter ritrova le sue migliori amiche, Hilly ed Elizabeth Leefolt, più simili alla propria madre che a sè stessa. La cosa che turba di più Skeeter, però, è la scomparsa di Constantine, la cameriera di colore che l’ha cresciuta come una madre e di cui nessuno vuole parlare.

Rabbrividisco sentendomi una derelitta, la stessa impressione che ho ormai da tre mesi, cioè dal ritorno al college dopo la laurea, quando mi hanno riportato in un luogo che mi è diventato estraneo. Di certo non mi ci trovo qui con papà e mamma. Forse neanche con Hilly ed Elizabeth.

Le narratrici del libro di Katherine Stockett sono tre: Aibileen, Minny e Skeeter. Aibeleen e Minny sono due cameriere di colore; la prima è bravissima a crescere i bambini dei bianchi, che vogliono più bene a lei che alla propria madre e la seconda è la cuoca più incantevole di tutti i tempi (quanto ho sbavato leggendo del suo pollo fritto e della torta al caramello!).

Cosa hanno in comune due cameriere e una ragazza colta e benestante? Le regine della casa. Aibileen lavora da Miss Leefolt, Minny da Miss Hilly. Quando Skeeter prende parte alle partite settimanali di bridge a casa delle amiche, cerca di avvicinarsi alle due donne. Perchè lo fa? Perchè Eugenia ha ottenuto un lavoretto da free-lance per il Jackson Journal, per il quale deve far finta di essere Miss Mirna, esperta di economia domestica, e rispondere in modo appropriato alle regine della casa in crisi. La ragazza, che non ha mai preso uno strofinaccio in mano, chiede consulenza ad Aibileen. Dopo qualche tempo, i loro contatti non vertono più sulle consulenze in materia di faccende domestiche. Questo cambio di registro nasce dalla proposta “innovativa” di Miss Hilly (Stronza per eccellenza) di installare un bagno di servizio fuori dalla casa padronale per le cameriere di colore in modo da annullare il rischio di trasmissione di malattie ai bianchi. Tale follia è insostenibile per Skeeter che comincia a collaborare (ma le cose sono molto più complicate di così) con Aibileen e Minny alla stesura di un romanzo di denuncia intitolato “The Help”, nel quale sono raccolte le storie vere delle cameriere di colore di Jackson alle dipendenze delle donne bianche.

Non mi importa eccessivamente dell’aspetto “civico” del libro, anche se è alla base di tutto – ma dopotutto di storie simili ne abbiamo sentite a bizzeffe. Anche stavolta sono più affascinata dai personaggi, dalle donne di questo romanzo. Cercherò di rendere vagamente l’idea.

Aibileen è la prima narratrice. Ecco cosa dice all’inizio del romanzo delle sue future compagne di scrittura. Già attraverso gli occhi di Aibileen, queste due signore mi hanno trasmesso una smisurata simpatia.

Miss Skeeter è altissima, tutta pelle e ossa. Ha i capelli biondi corti sulle spalle perchè le si arricciano sempre. E’ sui ventitrè anni, come Miss Leefolt e le altre. […] Porta una camicetta di pizzo bianco tutta abbottonata fino in cima tipo suora e le scarpe basse, forse per sembrare meno alta. La gonna blu le sta troppo larga. Miss Skeeter ha sempre l’aria di una che si veste come le dice qualcun altro.”

Minny è la cuoca più in gamba di tutta Hinds County, se non di tutto il Mississippi. Per la festa di beneficenza della Lega, che fanno in autunno, le chiedono sempre di preparare dieci torte al caramello da mettere all’asta. Minny dovrebbe essere la donna di servizio più ricercata di tutto lo Stato, ma il problema è che ha una gran boccaccia e dà rispostacce a tutti. […] Ha diciassette anni meno di me, e sono sicura che se vuole è capace di alzarsi questo autobus sopra la testa. E’ una fortuna per una vecchia come me averla per amica.

Skeeter è completamente diversa dalle sue coetanee e se ne rende conto quando torna nel suo ambiente di appartenenza al quale in realtà non appartiene più. Il suo modo di essere, soprattutto estetico, è perennemente messo alla gogna dalla madre (con tutte le buone intenzioni, ma insomma!) che sembra quasi desiderosa di rispedirla al mittente in cambio di una figlia minuta, dolce e carina. E infatti Skeeter racconta:

A sedici anni ero tutt’altro che carina, e drammaticamente alta. Così alta che nelle foto di classe finivo in ultima fila, insieme ai maschi. […] A diciassette anni, piuttosto che vedermi tenere la schiena eretta, la mamma avrebbe preferito che mi venisse un attacco di diarrea. Guida per trovare marito di Charlotte Phelan, regola numero uno: una ragazza minuta e graziosa deve valorizzarsi con il trucco e una buona postura; una ragazza alta e bruttina con un fondo fiduciario. Io ero un metro e settantotto, però avevo una piantagione di cotone da venticinquemila dollari intestata a nome mio, e se in questo un uomo non vedeva alcuna bellezza, allora, perdio, non era abbastanza furbo per entrare in famiglia.

Ci sono i presupposti per considerare Skeeter l’eroina del romanzo? No, e in più cercare l’eroe o il ribelle della situazione è inutile. Per quanto intelligente e dal senso pratico, Skeeter avrebbe anche potuto decidere di accettare i bagni riservati alle cameriere di colore, di continuare a scrivere il bollettino della Lega Femminile, di sposarsi col primo ragazzo affascinato dal suo fondo fiduciario. La differenza cruciale nella visione del mondo di Skeeter, deriva dalle parole che Constantine le ripeteva spesso quando era una ragazzina: “Tutte le mattine, finchè non sarai sottoterra, bisogna che tu prenda questa decisione. […] Bisogna che chiedi a te stessa: ‘Oggi voglio credere a quello che mi dicono ‘sti stupidi?’.”

Ero abbastanza sveglia da rendermi conto che si riferiva ai bianchi. […] Fino a quel momento mi era stato inculcato un modo di pensare su questioni politiche, sulla gente di colore, sul fatto di essere una ragazza. Ma con il pollice di Constantine premuto sulla mano, mi resi conto che in realtà avevo la possibilità di decidere io in cosa credere.

Minny è la classica donnona forte di colore che si vede in tutte le sitcom degli anni ’90, è quasi uno stereotipo. Dà risposte brusche, è scorbutica, usa il burro per qualunque cosa, si esprime in modo variopinto, non si lamenta (quasi) mai e lavora duramente. E’ una che fa i fatti. Come La Grande Porcata a Miss Hilly, molto creativa ed ironica. Minny riesce a superare la paura per raccontare la sua storia, malgrado sia consapevole che le conseguenze ricadrebbero sulla sua famiglia, nel caso in cui dovesse essere scoperta. Si rende conto però che il rischio è doveroso, per diffondere la verità tra chi vuole sentirla.

La verità. Sa di fresco, come uno spruzzo d’acqua sul corpo caldo e appiccicoso che spegne un calore che mi brucia da sempre. “La verità” ripeto ancora nella mia testa, per provare quella sensazione.

Aibeleen è la prima a fidarsi di Skeeter e a voler condividere con lei la sua storia; in più cerca di convincere le colleghe a fare lo stesso. Questo comportamento fa nascere il dubbio, quasi la sfiducia, nei suoi amici e vicini di casa, come se lei fosse una traditrice a svelare il loro mondo e la loro vita ad una bianca. Ciò che spesso si ignora in queste storie è che la diffidenza bianchi-neri è identica a quella neri-bianchi, e forse la seconda è anche più forte. Rompere la barriera è stato difficilissimo per le donne sulle quali ha sempre gravato il peso delle possibili vendette e punizioni delle loro datrici di lavoro, cosa di cui Aibileen è ben consapevole.

Credo di sapere benissimo cosa succede se le bianche scoprono che scriviamo su di loro, e che diciamo la verità su come sono veramente. Le donne non sono come gli uomini. Una donna non ti picchia con il bastone. […] No, le signore bianche non se le sporcano le mani. Hanno un sacco di piccoli attrezzi lustri, appuntiti come le unghie delle streghe, che tengono bene in ordine come i ferri sul vassoio del dentista. Li usano con comodo, senza fretta.

Con tanti ostacoli che piano piano vengono superati, anche grazie a dei fatti di cronaca significativi, il romanzo prende vita. La stesura e la pubblicazione del libro potrebbero sembrare la fine della storia, ma in realtà quando il romanzo è messo in vendita inizia una seconda parte, molto più complicata e angosciosa della prima. Gli aneddoti e i nomi delle cameriere sono anonimi e il nome della città è fittizio; eppure tutte le autrici non fanno che attendere e temere il momento in cui qualcuno le riconoscerà e le punirà. L’aspetto elettrizzante di questa situazione è, per tutte, vedere cosa cambierà una volta rivelata la verità, e questo vince ogni forma di paura. In questi casi non importa se dal cambiamento derivano condizioni di vita migliori o peggiori, ma importa che esista, che sia avvenuto. Ciò che conta è che ci sia una reazione al primo gesto radicale, tutto ciò che verrà dopo sarà solo novità, evoluzione. Lo capisce bene Skeeter, in un modo del tutto inaspettato, mentre guida nervosamente il camion di suo padre e ascolta la radio.

Riesco a sintonizzarmi sulla WKPO di Memphis che trasmette una voce d’uomo: sembra quasi ubriaco, e canta ad un ritmo veloce, in stile blues. Entro lentamente nel posteggio del Tote-Sum alla fine di una strada senza uscita e ascolto la canzone. Non ho mai sentito una cosa migliore di questa: you’ll sink like a stone/For the times they are a-changin’. Una voce metallica dice che il cantante si chiama Bob Dylan […] provo improvvisamente un sollievo inspiegabile: mi sembra di aver ascoltato qualcosa che viene dal futuro.

Epilogo. Aibileen è la narratrice degli ultimi capitoli. Subisce le angherie di Hilly ed Elizabeth ma sa che è l’ultima volta. L’ultimo gesto da fare prima di andare via è quello di infondere sicurezza alla sua bambina, la figlia bianca di Elizabeth, che Aibileen ha cresciuto per anni con estremo amore.

La guardo nei suoi occhi marroni così belli, e lei guarda nei miei. Oddiosantissimo, ha lo sguardo di una persona che ha vissuto mille anni. E giuro che vedo, dentro di lei, la donna che diventerà da grande. Un lampo sul futuro: alta e dritta, orgogliosa, un po’ meglio pettinata, che ricorda le parole che le ho messo in testa. Le ricorda quando è una donna adulta. E poi lo dice. Dice quello che ho bisogno di sentire. “Tu sei gentile. Tu sei intelligente. Tu sei importante.”

E adesso per Aibileen inizia una nuova fase dell’esistenza, nella quale sarà finalmente libera, magari non del tutto ma sicuramente più di prima.

In un certo modo sento che sono libera, come Minny. Più libera di Miss Leefolt, così chiusa dentro la sua testa che non si riconosce nemmeno quando legge di sè. E più libera di Miss Hilly. Quella donna passerà il resto della sua vita a cercare di convincere la gente che non l’ha mangiata lei quella torta. […] Anche Miss Hilly è in una sua prigione, però lei è condannata a vita.

Un po’ di sana grafomania

Dalle elementari all’università ho sempre scritto a penna, facendomi venire l’amato callo dello scrittore al dito medio della mano destra; quel callo era tanto orribile quanto testimone del mio amore per la scrittura. Sia chiaro, si parla di scrittura dei più infimi livelli, scrittura delimitata a sè stessa e al gesto di scrivere.

Ho sempre amato gli oggetti che si usano per scrivere. Le penne devono essere sempre blu, blu acceso e non blu smorto come certe pseudo-Bic; tollero il nero, ma solo se nerissimo, quasi da penna “scoppiata”, con la gocciolina di inchiostro che si trascina sulla carta e macchia tutto. Ho sempre odiato le penne fighette, quelle con la punta sottilissima che dopo un paio di pagine si esauriscono e che se si preme troppo forte sul foglio per eccessivo accanimento letterario, si piega e non scrive mai più; queste maledette penne non sono nemmeno capaci di riscrivere sul bianchetto, e allora che senso hanno? La carta: non sono una fanatica del tipo di carta x, come faceva Annie per amore del suo Paul Sheldon (in Misery, di Stephen King) , però apprezzo la carta spessa, quella che se si appoggia direttamente sulla scrivania non fa scivolare la penna ma permette di pressare ed avere un tratto spesso senza metterci altri fogli sotto. E da qualche anno tale carta deve essere rigorosamente completamente bianca, senza righe nè quadretti.

Una feticista dilettante della carta come me dovrebbe essere fissata con le moleskine, la carta fighetta per eccellenza. Un paio di anni fa ho comprato una moleskine che era agendina; sarà che le agendine mi mettono angoscia (soprattutto quando non ho niente da scriverci e si sprecano quelle costosissime pagine, è come se mi dicessero: “scrivi, Chickenpower, devi scrivere ogni giorno almeno una frase epica su queste paginette liscissime e gialline!!”), ma sono rimaste quasi del tutto gialline. Anzi, in realtà ho cominciato a scarabocchiarle di cose senza senso e, peggio ancora, di promemoria di laboratorio, aridi e squallidissimi. Il problema delle moleskine è che, una volta che spendi 10 euro per una cosina così piccola e carina, non la puoi imbrattare con frasi tipo “passare in lavanderia”, “prenotare confocale overnight” e cose così. Semplicemente non puoi. Devi scrivere riflessioni che farebbero impallidire Hemingway e amici. Ma chi regge questa responsabilità? Io no di certo. Addirittura, delle due moleskine che avevo, una forse l’ho pure persa, tanto era compattina.

Eppure l’azione di scrivere è sempre così rilassante per me (quando non mi stresso per i dettagli sopracitati). Alcuni, guardando come scrivo, mi hanno detto che devo essere una psicopatica: calligrafia troppo ordinata, senza cancellature, troppo dritta, allineata al bordo del foglio. Non è pazzia, ma tentativo di ordinare e vedere i miei pensieri in ordine una volta tanto, trasformati in parole su carta. E poi chi ci crede alla grafologia? E’ davvero attendibile? Non ci credo, ma ci credo. Non è possibile. Eppure lo è. Se non ci credessi, non cercherei inconsciamente di scrivere inclinando verso l’alto, per sembrare ottimista. E invece lo faccio. Ma forse lo faccio perchè in fondo sono ottimista. Ma a chi importa? Appunto. Importa a me! Devo ammettere che è bello sentire la stanchezza per aver scritto una pagina di qualcosa, chissà che problemi ho, però mi fa sentire come svuotata dall’ansia e la cosa mi piace.

Per questi motivi, spero davvero di avere il tempo di continuare ad imbrattare questo Rudere, che ho mollato decine di volte e che ho sempre “denigrato”, soprattutto quando sarò (e)migrata come un piccolo neurone di topo al dodicesimo giorno di vita embrionale. Di questo magari racconterò più avanti (spero).

Caro Bram Stoker…

Avete presente che a inizio estate ho avuto la malsana idea di creare una specie di saga sul  trittico horror dell’Ottocento Frankenstein + Jekyll + Dracula? Ecco, con i primi due mi è andata bene, il terzo non riesco a leggerlo. E il bello è che mi sembrava anche più interessante, più romanzo, oserei dire, dei suoi compagni. Mi sono più volte chiesta il perchè del mio rifiuto a continuare la lettura. Ho avuto altro da fare? Sì. Ho preferito leggere altri libri, magari più estivi? Sì. A furia di leggere storie horror mi stava venendo la depressione? Di nuovo sì.

Il motivo che mi impedisce, in questo periodo storico, di terminare “Dracula”, però, è un altro, ben più obiettivo e scontato. Durante la mia vita consapevole sono stata bombardata così tanto da surrogati di Dracula, che mi è diventato noioso senza conoscerlo bene. E’ come odiare Piccole Donne avendo visto solo il cartone animato giapponese (sì, hanno fatto pure quello) replicato mille volte. Mi sono così stancata delle copie, che ora non tollero nemmeno l’originale. Bram perdonami.

Ho cercato di trovare supporto nel cinema, guardando il primo film sonoro Dracula e poi Ed Wood per avere una visione più attuale della situazione, ma non ho ottenuto miglioramenti. Di nuovo, adoro i film, ma il libro non mi incuriosisce affatto. Di nuovo, Bram perdonami.

Il film della Universal è fantastico, è come se, ammettendo che la storia fosse vera, qualcuno l’avesse filmata mentre accadeva. Una specie di reality di Dracula, insomma. Bela Lugosi è Dracula, fa paurissima, molto più di Boris Karloff che fa la creatura di Frankenstein. Cioè, non ci vuole niente a fare Frankenstein, basta muoversi come uno in ipotermia e fare grugniti, pure io ci riuscirei benissimo. Il mostro di Frankenstein si è ritrovato in un mondo di odio e ha reagito di conseguenza, è una vittima, ma Dracula no, è tutt’altra cosa. Dracula fa paura perchè è un vero cattivo, è uno che fa solo quello che gli conviene fregandosene se deve uccidere. E’ male allo stato puro, senza freni. E il bello è che fa tutte le sue nefandezze mantenendo una classe e un’eleganza che anche i più snob contemporanei si sognano. Per questo sarebbe anche un personaggio interessante, ma non riesco ad arrivarci via libro. Magari tra qualche mese lo riprenderò e lo adorerò.

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Il retroscena cinematografico della rivalità Karloff – Lugosi mi interessava molto e, da brava cinefila, piuttosto che documentarmi da fonti più attendibili, ho preso per oro ciò che il film Ed Wood racconta. In questo caso si vede il solo punto di vista di Bela, che come capita a tantissimi attori che eccellono in una sola parte, viene associato per tutta la sua esistenza a Dracula, e non può recitare in altri film in maniera credibile. Bela è in profonda crisi, è un vecchio di cui non si ricorda nessuno, si droga, è povero, e accetta di lavorare per Ed Wood che è persino più sfigato di lui. Stima per Johnny Depp (a prescindere nella vita, ma in particolare in questo film) perchè è perfetto nella parte del visionario che non si scoraggia nemmeno davanti a flop palese.

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Ma Vampira è un personaggio inventato realmente esistito o è stato ideato solo per Ed Wood? Subito lampante la somiglianza con la tizia dei Simpson!

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