La versione di Barney

La versione di Barney. Sono settimane che cerco di scrivere questo post, ma quando descrivevo Barney tra me e me ogni mia considerazione pensata, da scritta, non mi convinceva. Per questo motivo ho cercato nell’internet e ho trovato una presentazione fantastica, come non potrò mai farne. Puff, l’ostacolo “descrizione Barney” è aggirato.

Il romanzo, scritto da Mordecai Richler, è diviso in tre parti, ognuna dedicata ad una moglie: Clara, La seconda signora Panofsky, MiriamOgni parte ed ogni moglie corrispondono ad una fase di vita di Barney.

Clara è hippy, fricchettona radical chic, sbandata, artista, con mille fobie e fissazioni. Indossa strati di scialli, porta decine di anelli e spesso sfoggia un rossetto verde. Barney riceve in regalo da Clara un suo quadro e lo conserva gelosamente; tutti gli dicono di disfarsene perché lo considerano blasfemo e osceno, ma lui li ignora, forse perché così resta legato alla vita parigina ed alla giovinezza. Clara appartiene agli anni della spensieratezza e della precarietà vissuti a Parigi in umili camere in affitto, rasentando la povertà, sognando di diventare ricchi e famosi, condividendo i piccoli guadagni spesi in alcol e droghe con gli amici scapestrati. Il matrimonio con Clara avviene a 23 anni, troppo velocemente, in modo troppo ridicolo, con un epilogo paradossale.

La Seconda Signora Panofsky è la donna della gioventù matura. Barney si risposa quando ormai ha avviato la propria carriera, è benestante e si convince che la scelta più appropriata sia legarsi ad una brava ragazza con un’ottima famiglia ebreaBarney non sa perché stia sposando la Seconda Signora Panofsky; da come ne parla sembra che si sia trovato nel bel mezzo del matrimonio per puro caso, come se fosse andato troppo in là e non avesse più controllo della situazione. Il nome della signora quasi non appare e sfugge al lettore; Barney non si dà nemmeno pena di ripeterlo. La signora cerca in ogni modo di essere carina, ma ogni suo tentativo è accolto con irritazione. Passato l’idillio, la Seconda Signora si spazientisce e dà sfogo alla sua personalità; laureata alla Mc Gill e con un amore smodato per l’alta moda, si concentra sulla sua vita lussuosa e sulla sua idea di moglie modello. La fine di questo matrimonio coinvolge un’altra persona, il carissimo amico di Barney, Boogie, che è anche parte del motivo per cui questa autobiografia è stata scritta.

Digressione (necessaria) su Boogie: modello di vita per Barney, spesso approfitta del suo ascendente. Più volte Barney si chiede se la loro sia stata un’amicizia sincera o un rapporto di convenienza/sudditanza. Parlo poco di Boogie perchè credo sia meglio scoprirlo in modo personale leggendo il romanzo.

Miriam, la donna meravigliosa. Se la serie tv How I met your mother avesse una conclusione simile all’incontro tra Barney e Miriam, sarebbe la migliore serie mai immaginata nella storia del mondo. Miriam è affascinante dal primo momento, con il suo abito blu, blu come i suoi occhi, con la pelle chiara e i capelli castani. Barney se ne innamora all’istante e capisce che è lei la donna della sua vita, la madre dei suoi figli. Fa follie per conquistarla e infine ci riesce, vive con lei felicemente -con i normali alti e bassi ma in grande complicità- per anni, anche se ogni tanto compare un certo Blair che fa da disturbatore e che Barney dimostra di detestare senza crearsi troppi scrupoli.

Il bello di questa autobiografia è la sua persistente imprecisione. Barney ha dei dubbi che non vengono mai chiariti, fa citazioni sbagliate, trae conclusioni affrettate e tutto ciò che sa e deduce è anche tutto ciò che sappiamo noi lettori. La sua versione dei fatti non è la più veritiera, anche se il personaggio ci fa simpatia e tifiamo per lui e vorremmo credergli, magari a volte hanno ragione altri e dobbiamo riconoscerlo seppur a malincuore. I ricordi di Barney sono confusi, narrati senza un’esatta sequenza temporale, intervallati da digressioni e considerazioni sulle azioni compiute da giovane. Barney racconta la sua vita a noi, ma a volte si estranea dalla narrazione e parla a sé stesso.

Se ho reso l’idea del tipo di romanzo, appare chiaro che non si possa leggere pensando ad altro, serve un minimo di concentrazione per organizzare i fatti e le relazioni tra i personaggi per sopperire alla confusione di Barney. Il mio problema più grande è stato distinguere tra i personaggi di sfondo, gli amici di gioventù, i parenti delle mogli, i colleghi, le persone incontrate al bar. La visione del film aiuta molto perché permette di dare un viso a quelli più significativi.

Il film è ben fatto, dà l’idea della storia anche se ha delle semplificazioni e si concentra sui punti principali. E’ innegabile che le parti mancanti si sentano, ma è inevitabile se non si vuole avere un film di 6 ore. Eppure devo fare la cinema-nazi.

1) Trovo imperdonabile la scelta di ambientare la gioventù di Barney a Roma invece che a Parigi, perchè si perdono il collegamento Francia – Canada e i riferimenti alla cultura di Barney (per non parlare della voglia di vedere un lato di Parigi povero e Sturm-und-Drangamente squallido, anche abbastanza originale rispetto alle solite menate alla vie en rose e macaron a cui siamo abituati).

2) Le molte sfaccettature di Barney sono state semplificate, evidenziando soprattutto il suo lato romantico; il romanticismo è solo una parte ma si sa che i film con tema amoroso fanno più soldi. Il regista non ha voluto rischiare e si è tenuto sul classico.

3) Il vestito blu di Miriam è una delusione senza fine; invece che essere di un bel blu cobalto, come avevo immaginato, è un turchese dozzinale da negozio cinese. La mia pignoleria dipende dal fatto che Barney nomina sempre questo vestito blu, quindi l’ho forse idealizzato un po’ troppo.

I personaggi in assoluto più azzeccati sono Miriam, La Seconda Signora, Izzy Panofsky.

Miriam è semplicemente meravigliosa; la meravigliosità nel libro è rispecchiata in toto dall’attrice che la interpreta. Semplicità, eleganza, gentilezza, pazienza, bellezza. Colore del vestito a parte.

La Seconda Signora ha un livello di detestabilità perfetto, così petulante e irritante da innervosite anche lo spettatore. Questo personaggio è reso così bene da risultare più significativo nel film; nel libro Barney racconta della Seconda Signora seccamente e con la voglia di cambiare subito argomento.

Izzy Panofsky, il padre di Barney. Dustin Hoffman. Non serve dire altro. Se questo articolo è fallimentare nel creare curiosità sul libro, almeno guardate il film, ne vale la pena solo per Dustin Hoffman.

Londra dov’è? Londra non c’è!

Sono settimane che mi canto in testa questa canzone (Greta, dei Negrita):

http://www.youtube.com/watch?v=pLOEY1ZRpl0

Mi chiedo davvero dove sia Londra. Secondo me è un mito inventato da quelli che vogliono farsi i belli, perchè io abito a un’ora di distanza by train da Londra, ma ancora non l’ho vista. L’unico angolo di suolo londinese che ho calpestato è stato l’aeroporto di Gatwick, al mio arrivo qui in Grigiolandia. STOP. E va bene, torniamo a casa per Natale e diciamo a tutti i parenti che non ho mai visto Londra, strano per loro, visto che per ridurre le spiegazioni dicevo a tutti che avrei lavorato “vicino Londra”. Vicino ‘sta gran … !! 🙂

Vivere in un sobborgo mi è utile per capire davvero a fondo le abitudini del sud ovest dell’Inghilterra, che analizzo con curiosità e divertimento. Dopotutto, sono nel profondo Surrey, dove tutte le cittadine assomigliano a Little Whinging (citazione harrypotteriana) e dove ci sono gli inglesi veri, con la scoccia (trad. con la scorza). Gli inglesi che si tolgono le scarpe prima di entrare in casa e stanno scalzi o in pantofole, gli inglesi che bevono pinte di birra dalle 10 del mattino in poi e mangiano burro, gli inglesi che alle 17 spariscono dalle strade e vanno a casa o nei locali a cenare, gli inglesi che col sandwich bevono il cappuccino, gli inglesi che chiamano “italiana” la pizza col pollo, gli inglesi che a pranzo mangiano le patatine in sacchetto come contorno. 

Negli ultimi tempi mi sono soffermata ad osservare LE inglesi. Quasi tutte portano i capelli acconciati allo stesso modo, o “naturali” tipo spettinati o super intrappolati in uno chignon a forma di ciambella. Portano sciarpone, copriorecchie, parka peluchiosi con i pantaloni alla caviglia e le scarpe di tela leggerissime; solo la vista di quelle caviglie mi fa congelare. Alcune sono davvero irrecuperabili, indossano tutto ciò che è peloso, soprattutto gilet, maglioni e cappotti; non sono longilinee, quindi sfociano un po’ nell’effetto yeti. Altre sono molto curate, dai lineamenti delicati (e secondo me sono quelle che lavorano a Londra!!), quasi inarrivabili, le guardo con ammirazione e un pizzico di invidia. Altre ancora sono identiche al programma su RealTime “Dire fare baciare”: arancioni di autoabbronzante/fondotinta, capelli ossigenati con ricrescita nera, mollettine messe male, unghie finte, gambe nude con 4 gradi, tacco 12 fin dalla mattina, borsa portata dove mio nonno portava invece l’ombrello.

Devo dire però che l’inglesità si manifesta tutta nel periodo di Natale. Mi sono sempre chiesta perche J. K. Rowling avesse inserito le feste di Natale in un contesto magico dove non c’è nessun riferimento “religioso”. ORA lo so. Perchè qua il Natale non è legato alla religione (non che in Italia lo sia poi tanto, ma almeno SI SA che l’origine è religiosa). Qua no, è puro consumismo. Ma a livelli mai visti prima. Tantissimi cominciano ad angosciarsi per i regali di Natale già a fine novembre. Nei negozi, subito dopo Halloween, c’è stata un’esplosione di addobbi natalizi. L’1 dicembre si fa l’albero, mentre noi in Italia lo facciamo l’8 come da calendario cattolico (anche se il legame tra le due cose mi sfugge). E’ il periodo delle canzoni natalizie, e a quelle non c’è modo di sfuggire, si sentono ovunque, tanto che poi entrano in testa e vengono a casa con noi quando usciamo dal supermercato. Un’abitudine molto amata (e che mi piace) è quella di indossare i Christmas jumpers, i maglioni natalizi alla Mark Darcy, con le renne, i pupazzi di neve, gli alberi di Natale, i pinguini. Si organizzano addirittura delle gare per il maglione più bello.

Immagine

 

Mark Darcy sta bene con tutto… o anche con niente! Ma ok, non divaghiamo.

Nella Drug Company si organizzano almeno due pranzi di Natale. Il primo è stato giovedì scorso, in mensa, offerto dall’azienda. Il menù classico è tacchino e pudding, vino a fiumi, cappellini e coroncine, ancora canzoni e maglioni di Natale, palloncini. I colleghi si sono scatenati a bere vino ma soprattutto a fare le vocine acute aspirando l’elio del palloncini. Dopo pranzo siamo andati nel Palazzo Fighetto a prendere il caffè e le Celebrations, pacchi di versioni mini degli snack più famosi (Bounty, Mars, Teasers, Twix etc), che a quanto pare qua sono tipici in questo periodo. 

Una cosa che non farò (per mancanza di materia prima, di persone con cui farlo) è il Secret Christmas. Per evitare di regalare e ricevere dagli amici tante cavolatine, si estraggono a sorte i nomi dei partecipanti formando delle coppie che dovranno scambiarsi i regali il cui prezzo è stato precedentemente stabilito. Così ognuno ha UN solo regalo magari perfino utile.

Al momento non mi viene in mente altro, man mano che la mia permanenza nel Surrey continuerà, aggiornerò le mie scoperte, ammesso che siano di qualche interesse, nel range del frivolo.