Nuova saga?? Canzoni evocative #1

Sarà stato l’effetto serotoninergico causato dalla ginnastica, ma mentre pedalavo in palestra, poche ore fa, mi si è sviluppato in mente un vortice di pensieri, concatenati tra loro in modo bizzarro. Per avere un po’ di motivazione da “fitness” (parole che fanno girare la testa, cit.), ascolto canzoni commercial-truzze, come è giusto che sia.

(Devo avvertirvi però: ho evinto, nei mesi scorsi, che le canzoni che adoro fanno ribrezzo ai più. Ma comunque.)

Nella mia playlist c’è una canzone risalente a non meno di 10 anni fa, che mi riporta a quell’epoca remota e mi fa tornare quindicenne. Da ciò mi è venuto in mente, malsana idea, di introdurre una serie di post in cui cito una canzone e i  relativi eventi, emozioni, pensieri, et cetera. Per la serie, nostalgia canaglia! (OMG)

WOW, ora sì che posso dire “io me la canto e io me la suono”! Ok scusate.

Estate 2003. Prime vacanze senza genitori, dagli zii prima in Toscana e poi in Sardegna. L’euforia di svegliarsi alle 5 di mattina per andare a Livorno e prendere la nave, le meduse grandi come lampadari, la fissazione mia e di mia cugina per il film “The ring” che era anche il mio primo film horror. L’arrivo in un paesino piccolissimo, dove tutti dicevano davvero “Ahiò!!”, non era una leggenda metropolitana. L’estate in cui, stanca di assomigliare alla mia prof di biologia, ho deciso di tagliare i capelli cortissimi. L’estate in cui era esplosa la moda dei pantaloni bianchi e dei bracciali di plastica di mille colori e delle collane alla Lisa Simpson. L’estate in cui ho imparato a capire l’ora senza orologio, guardando la posizione del sole in cielo e la proiezione della mia ombra sulla sabbia. L’estate in cui mi sono abbronzata davvero (mai più successo), l’estate in cui sono ingrassata di 5 chili in 15 giorni. Il purceddu, il pane carasau con wurstel come spuntino prima di pranzo, piattoni di pasta immensi che si riescono a finire solo con la fame che mette il mare. Lezioni di “bolle con le Big Babol”: si cercava di fare tante bolle, una dentro l’altra, roba da artisti. Gavettoni tra me e mia cugina e i suoi amici, con relative tecniche difensive, come passare dalla loro parte della casa coperte dalla tovaglia da tavola di plastica, identiche ad un dragone cinese. Spiagge bianche, deserte o gremite, acqua turchese, acqua fredda, acqua caldissima, caccia ai paguri, collezionismo compulsivo dei vari tipi di sabbia, nuotate che erano maratone, escursioni in ciabatte da far invidia ad uno stambecco.

Tutto questo aveva un sottofondo, molto adatto secondo noi al luogo in cui ci trovavamo, perchè in fondo, dialetto sardo e portoghese si assomigliano anche : )

E per coronare il tutto, un’altra canzone cult, perchè ogni mattina prima di andare in spiaggia, impiegavamo mezz’ora almeno a spalmare la crema protezione 50+ e per far passare questo tempo apparentemente inutile, guardavamo i video su MTV (che all’epoca trattava di musica).

http://www.youtube.com/watch?v=KBkThh0azrQ

Nemmeno a dirlo, molte di queste cose le rievoco con questa espressione:

Capitan ovvio: se qualcuno che legge (minchia come sono ilare!) volesse raccontare le proprie canzoni con relativi fatti, è più che gradito!

Altrimenti, perdonate il discorso da serve (cit.)

Profumo

Il profumo di Patrick Suskind, o Profumo, storia di un assassino di Tom Tykwer (chi è costui? Boh). QUESTA è una bella accoppiata film – libro, mi sconfinfera molto. Ho dei vuoti di memoria perchè ho letto/visto queste due versioni di Profumo anni fa.

La storia, in breve (non voglio sostituirmi a Wiki) tratta di un orfanello, Jean-Baptiste Grenouille, che cresce nella miseria più nera nella Francia del ‘700. Per sopravvivere fa dei lavori umili finchè non arriva nella bottega di un profumiere. Le mansioni del ragazzo sono infime, ma egli riesce a rubacchiare qua e là qualche conoscenza teorica sull’arte di produrre i profumi; note di testa, di cuore etc. Il garzone impara in fretta e ben presto si scopre che non solo ha un talento naturale nel riconoscere e miscelare tra loro le essenze, ma anche ha un olfatto molto più sviluppato del normale.

Così come un accordo musicale, l’accordo di un profumo contiene 4 essenze, o note accuratamente selezionate in base alla loro affinità armonica, ciascun profumo contiene 3 accordi : la testa, il cuore e la base, e quindi fanno 12 note in totale: l’accordo di testa racchiude la prima impressione, dura pochi minuti, prima di lasciare il posto all’ accordo del cuore, il tema dominante del profumo, che dura alcune ore, e infine, l’accordo di base, la scia del profumo che dura alcuni giorni…

Immagine

Il paradosso della sua vita è che, pur avendo dei sensi olfattivi acutissimi, Jean non emana alcun odore e risulta, sul piano sociale “percettivo” primordiale, invisibile. Essendo privo di odore, il ragazzo vive i lati negativi e positivi dell’invisibilità, come il dono di agire indisturbato in varie circostanze.

Migliaia di odori si ammassavano tra i suoi abiti [di Grenouille]; l’odore della pietra, della sabbia, del muschio e perfino della salciccia mangiata settimane prima, ma un unico odore era assente: il proprio.

Sfruttando questa capacità, Jean delinea un ambizioso progetto, ovvero distillare il profumo dell’amore; per farlo non basta mischiare essenza di rosa, muschio e violetta, egli vuole tentare qualcosa di totalmente innovativo: imbottigliare il profumo naturale delle ragazze più belle della città, da lui percepito così bene e di cui è privo dalla nascita. Il metodo che Jean mette a punto richiede che la “fonte” del profumo sia morta, quindi il profumiere provetto diventa un assassino seriale. Qui entra in gioco la sua invisibilità, il suo arrivo in una stanza non è percepito nè dagli umani nè dai cani da guardia (animali in generale) perchè non ha odore. E così va avanti la storia, non racconto altro perchè è troppo spoiler.

Immagine

Perchè dico che film&libro sono in buon equilibrio? Perchè il problema più grande di un film è “quanto è necessario raccontare del libro perchè sia accurato e di durata umana?”. In questo caso gli sceneggiatori hanno fatto centro, perchè il film è bello anche senza aver letto il libro, non si percepiscono eccessive mancanze. Se proprio vogliamo essere pignoli, ho notato due piccole pecche narrative. Una riguarda il tema centrale, l’imbottigliamento dell’amore, che nel libro è spiegato più estesamente anche dal punto di vista di Jean e l’altra riguarda l’epilogo, molto edulcorato nel film ma più crudo e carico di significato nel libro.

L’attore, Ben Wishaw, è perfetto nella sua inquietudine e mima bene le espressioni del pazzoide convinto delle proprie teorie, gracilino e logoro come i tempi storici del romanzo richiedono. Dove lo avete già visto?? In Cloud Atlas, un anno fa al cinema. Anche qua compare brevemente Dustin Hoffman nelle vesti del profumiere, ma ahimè non ho grandi ricordi della sua interpretazione (rivestiva un ruolo marginale, a mia difesa). Il film viene “rallegrato” esteticamente dalla scelta delle ragazze scelte da Jean, tutte molto belle e molto francesi, ovviamente. Poverette, in quel caso essere belle era una sfiga (muahahah)!

Libro: mooolto più brutale del film, che già di per sè non è per signorinelle. Ve lo consiglio anche solo per la scena della nascita di Jean, una delle cose più splatter che abbia letto. Il romanzo dà un tocco in più alla nostra conoscenza della vicenda perchè narra tutte le stranezze di Jean, approfondisce le sue teorie sugli odori, ci ricorda dell’esistenza di mezzi di comunicazione ancestrali sui quali ci basiamo inconsapevolmente ogni giorno, ci dà spiegazioni che sfociano quasi nell’antropologia. 

Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini.

 

Trailer 🙂

Ma è un’altra cosa.

Per quasi 22 anni ho sempre vissuto in una sola città. Quando andavo in vacanza, mi comportavo come una turista osservando i monumenti, imparando la storia, assaggiando i piatti tipici. Non riuscivo ad immaginare che in quei luoghi a me sconosciuti, delle persone vere vivessero il quotidiano senza stupirsi quando passavano vicino a Piazza S. Marco, alla Mole Antonelliana, al Battistero di S. Giovanni, alla chiesa di Galla Placidia.

E’ sempre stato questo il mio problema? Credere che non ci fosse altro mondo se non quello in cui vivevo io? La vita mi ha dato una scrollata, autoindotta, e successivamente sono stata messa di fronte a fatto compiuto. Il mio mondo fino a 22 anni era solo un micron quadrato di ciò che esiste; le mie abitudini, le persone che conosco, le cose da fare nella mia città sono solo una parte di ciò che si può fare, di chi si può incontrare. 

Quando sono andata a Torino per studiare, ho capito che è possibile vivere in un’altra città. Certo, il supermercato e il panificio sono diversi dal solito, il clima è diverso, la città ha un aspetto diverso, ma sono caratteristiche compatibili con la vita. Sono stata fortunata perchè a Torino avevo degli amici cari e ho avuto l’opportunità di crearmi una piccola famiglia di coetanei conterranei a cui ho voluto bene. Eppure qualcosa non mi tornava. La città non era mia, io ero solo un parassita. I palazzi erano come la scenografia di un teatro: spettacolari, eleganti, falsi. Passeggiando per via Roma credevo che ad un tratto un’enorme gru avrebbe sollevato le sagome di quegli edifici, lasciando il posto al mare. Anzi, non lo credevo, lo speravo. E in quei momenti (purtroppo?) pensavo spesso “la Sicilia è un’altra cosa”.

Immagine

Dopo Torino, un anno a Casa. Anno di ricalcolo: loading, please wait. Anno statico? No, ma con momenti di staticità. A volte tornava perfino qui la sensazione della scenografia, ma quando il mare comincia a sembrare uno sfondo teatrale, cosa può rimpiazzarlo? Il nulla. Non c’è niente di mutevole e sconfinato come il mare. Qualunque altra cosa sarebbe un palliativo. Il luogo non mi bastava più, mi serviva qualcosa da fare.

Immagine

Regno Unito, Surrey, Camberley. Che ci faccio qua? Prima esperienza lavorativa, importante perchè all’estero, si impara l’inglese, si conosce una grande azienda etc etc. Il lavoro è bello, non potrei essere più fortunata di così. La vita è in stand by. In realtà vivo in apnea, devo tapparmi il naso e resistere fino ai primi di Aprile, quando dovrò riemergere. I momenti belli ci sono stati e ci saranno, così come nuove conoscenze, nuove amicizie, ma per adesso (purtroppo?) sono una di quelli che pensa “l’Italia è un’altra cosa”.

Ma sei pazza? Abiti così vicino a Londra, perchè non vai lì nel weekend per svagarti? Perchè non mi va. E me ne pentirò. Ma perchè mai dovrei fare quello che dicono gli altri, perchè Londra è da vedere? Magari la vedrò davvero, almeno una volta nei tre mesi che mi restano da passare qui. Ma poi credo che penserò “L’Italia è un’altra cosa”.