About a boy

Una cosa che mi piace molto di About a boy è che i personaggi sono allo stesso tempo reali e surreali. Mi piace pensare di avere dei tratti in comune con loro e di voler, anche solo per una settimana, vivere secondo lo stile di vita di uno di loro in particolare (indovinate chi). Nei paragrafi seguenti non ci saranno spoiler, ma solo dei cenni introduttivi alla storia, giurin giurello.

I protagonisti sono Will e Marcus, e non potrebbero essere più diversi tra loro di così.

Will ha 36 anni, vive da solo a Londra e non lavora perché i diritti d’autore di una canzone di Natale scritta decenni prima da suo padre (canzone che detesta) gli fanno guadagnare circa 40000 sterline l’anno (nel 1993). Will si sente molto fico, lontano anni luce dai problemi che tutte le persone hanno – figli, lavoro, mogli, lavoretti di bricolage – e dedito soltanto a sè stesso con una quantità vastissima di passatempi; una perfetta isola in forma umana, l’emblema dell’equazione: nessun contatto o relazione = nessuno sbaglio o sofferenza.

[…] essere fico secondo le classifiche di una rivista maschile era per lui quanto di più vicino ci fosse a una sorta di realizzazione; momenti come questi dovevano essere custoditi gelosamente. Fico maturo. Tutto da gustare: più di così si muore!

Will ogni tanto si chiedeva in che modo quelli come lui sarebbero sopravvissuti sessant’anni prima. […] Sessant’anni prima, tutte le cose su cui Will faceva affidamento per far passare la giornata semplicemente non esistevano: non c’erano programmi TV di giorno, non c’erano le videocassette, non c’erano riviste in carta patinata e quindi non c’erano i test e, anche se magari c’erano negozi di dischi, il genere di musica che ascoltava non era stato ancora inventato. […] E così sarebbero rimasti solo i libri. I libri! Quasi certamente si sarebbe dovuto trovare un lavoro, altrimenti sarebbe impazzito.

Marcus ha 12 anni e si è trasferito da Cambridge a Londra con la mamma hippy Fiona. Il cambiamento di città lo disorienta ed entusiasma allo stesso tempo, mentre teme di non trovarsi bene nella nuova scuola perché ha l’idea che lì i ragazzi siano più duri e spietati, mentre a Cambridge erano più tranquilli. In più, Marcus crede fermamente di non essere fatto per la scuola.

Marcus sapeva di essere strambo, e sapeva che parte del motivo per cui era strambo era che sua mamma era stramba. Lei questo non lo capiva affatto. Gli ripeteva sempre che solo le persone superficiali giudicano dai vestiti o dai capelli; non voleva che guardasse televisione spazzatura, o che ascoltasse musica spazzatura o che giocasse con videogiochi spazzatura (secondo lei era tutto spazzatura).

Non era tutta colpa di sua mamma. A volte era strambo solo per come era fatto lui, piuttosto per quel che faceva lei. Come il cantare… Quando avrebbe imparato? Aveva sempre una melodia in testa, ma di tanto in tanto, quando era agitato, la melodia era come se gli scivolasse fuori. Per qualche motivo non riusciva a sentire la differenza tra dentro e fuori, perché non sembrava esserci differenza.

Che legame può esistere tra Will e Marcus? In che modo possono mai incontrarsi per le strade di Londra e avere impatto sulla vita dell’altro? Tutto nasce quando Will si iscrive allo SPAT (Single Parents Alone Together, un gruppo di sostegno per genitori single) per rimorchiare ragazze madri, fingendo di avere un bambino di due anni di nome Ned.

Will si prendeva spesso la briga di fare cose che pochi altri si prendevano la briga di fare, semplicemente perché aveva il tempo di farlo. Non aver niente da fare tutto il giorno gli offriva infinite possibilità di sognare e programmare e far finta di essere qualcosa che non era.

Alla prima riunione dello SPAT, Will conosce Susan, che è bionda, carina e non disperata come le altre madri single presenti, ha una bimba di tre anni – vera – e studia per fare la nutrizionista. Il gruppo organizza un picnic, occasione perfetta per Will per passare del tempo con Susan; insieme a loro c’è anche Marcus, figlio di Fiona, cara amica di Susan. Gli eventi successivi fanno conoscere a Will un nuovo mondo popolato da persone con vere difficoltà: per un attimo pensa addirittura di poterle aiutare – ma solo per un attimo, poi dice a sè stesso che nella sua vita esiste solo lui e che se gli altri hanno problemi devono risolverli da soli. Se fosse tutto qui il libro sarebbe già finito; invece no, Marcus decide di trarre vantaggi dalla conoscenza di Will, intensificando i contatti anche se lui non vuole.

Giorni dopo, Marcus indaga su Will e scopre che Ned non esiste; il ragazzino sfrutta questa informazione per ricattare Will e convincerlo a portare a pranzo fuori lui e sua madre, sperando che si piacciano e che si fidanzino, in modo da estendere la famiglia – secondo Marcus due persone sono poche, ce ne vogliono almeno tre. Il pranzo procede con un certo imbarazzo e l’esperienza ha il suo apice quando Will riaccompagna Marcus e Fiona a casa e resta da loro per un tè e per ascoltare qualche canzone suonata al piano e cantata da Fiona. Questo breve momento ci dice molto su che tipo di persona sia Fiona.

Non era male. Era più brava a suonare che a cantare, ma non aveva poi una voce così brutta: era accettabile, forse un po’ flebile, ed era di certo intonata. No, non era la qualità che lo imbarazzava, era la sincerità. […] Fiona faceva sul serio. Cantava con trasporto “Knocking on Heaven’s door”, “Fire and rain”, “Both sides now”. Tra lei e le canzoni non c’era niente, era dentro le canzoni. Mentre cantava chiudeva addirittura gli occhi.

Il fatto che madre e figlio fossero così strambi fa passare a Will la voglia di aiutarli, quindi sparisce dalle loro vite. Marcus lo cerca ancora e i due,  volenti o nolenti, diventano una specie di amici o fratelli. La cosa apparentemente inspiegabile è che Will, che conosce così poco Marcus, è l’unico a capirne veramente i problemi scolastici di adattamento, meglio della stessa Fiona. Mentre Fiona induce Marcus ad essere più maturo, imparando a pensare con la sua testa (sua di Marcus o sua di Fiona?) e a fregarsene dell’opinione altrui – tutte cose nobili ma poco attuabili a 12 anni -, Will insegna a Marcus a rendersi invisibile e quindi inattaccabile, ad uniformarsi alla massa, a non provare o non esternare sentimenti, ad avere i gusti di tutti i suoi coetanei, in modo da sopravvivere e trascorrere un’adolescenza indenne e priva di rischi.

Will era completamente sicuro che la sua tattica di vita gli avrebbe concesso degli anni sereni e al riparo dalle emozioni, e proprio questo stava cercando di inculcare in Marcus. Sarà stato poco etico, poco altruista, ma almeno gli avrebbe garantito una certa stabilità mentale. Will aveva le idee chiare anche sull’amore, e certo avrebbe impedito in tutti i modi di cascarci come molti che conosceva.

Will non aveva mai voluto innamorarsi. Quando era capitato a qualcuno dei suoi amici, gli era sembrato che fosse un’esperienza piuttosto spiacevole: c’erano la perdita di sonno e di peso, l’infelicità di non essere corrisposti e la sospetta, assurda felicità di quando lo eri. […] Certo, un sacco di gente sarebbe stata elettrizzata all’idea di sedersi vicino al partner ideale, ma Will era un tipo realista e in una simile prospettiva, secondo lui, non c’era altro che il panico.

 

Faccio delle modifiche al post perchè non aveva senso darvi solo dei cenni del  film, su di me ha avuto la stessa influenza del libro, se non di più per la sua immediatezza. Ergo, dedicherò un post interamente al film. Prima di ciò, fatemi pensare ad una conclusione per questo post.

 

Oltre Will, Marcus, Fiona (Susan era, poveretta, solo un pretesto per far incontrare quei tre), ci sono altri personaggi singolari che potremmo definire minori, ma che hanno una loro posizione nel libro e danno colore alla storia. Tra questi, vi segnalo Ellie e Rachel. Lascio a voi volenterosi lettori il piacere di scoprirli.

Una nota: il libro è ambientato nel 1993, quindi ode alla televisione (e l’amato e demonizzato fenomeno della teledipendenza), ai fast food, ai Nirvana, alla musica rap, ai videogiochi, ai mix di pacchi di cereali a vari gusti, alle manie suicide, ai giornali. Nostalgia-dei-giorni-senza-internet alert.

Seconda nota: apprezzo molto un libro ambientato a Londra in cui non ci siano sviolinate su Londra, è molto realistico. Per noi poveri reietti del mondo, Londra è La Mecca; per un londinese è normale e ha mille difetti, quindi non ne fa una questione di stato. Piccole cose meritevoli di apprezzamento.

 

 

 

 

La Papessa

La Papessa è un libro della scrittrice americana Donna Woolfolk Cross, è un romanzo a tema storico che narra la storia di una donna che diventò Papa attorno all’anno 853 D.C. Che ciò sia leggenda o meno è difficile dirlo e non ci interessa, perché secondo me buona parte dell’attenzione deve essere data alla protagonista.

Keep calm, no spoiler.

Johanna è la figlia di un prete dalla mente molto chiusa e di una Sassone convertita che talvolta le racconta i miti pagani di Odino e Thor (ma quindi già esistevano gli Avengers??). Johanna ha due fratelli: uno molto intelligente ed interessato allo studio e uno che invece è un po’ ignorantello. Il padre di Johanna è un tipo abbastanza comico, è il classico prete di campagna che per miracolo sa leggere e scrivere, la cui “cultura” è ristretta solo ai testi sacri perché secondo lui tutti gli altri sono demoniaci (come l’Odissea di Omero). Quando un membro della famiglia non si comporta secondo i suoi rispettabili standard, egli lo picchia, lo frusta, lo minaccia imponendo il terrore della dannazione eterna; nel migliore dei casi, cerca semplicemente di esorcizzarlo recitando la formula in latino. Quando Johanna nasce, il padre è palesemente infastidito perché è femmina.

Eh già, essere femmina nell’Alto Medioevo. Le donne hanno un cervello più piccolo di quello dell’uomo, sono inferiori perché create da una costola di Adamo (God bless Darwin), sono impure perché piene di umori che marciscono, se sviluppano l’intelletto il loro utero si rimpicciolisce e la loro fertilità ne risente, devono solo badare alla famiglia, sono soggette all’uomo e devono obbedirgli in tutto etc etc. In  questo simpatico contesto, Johanna cresce, diversa da tutte le sue coetanee, e fin da piccolissima impara di nascosto a leggere e scrivere in latino e a recitare a memoria parti di testi sacri, come un ragazzo. Più diventa grande, più si accrescono le sue capacità logiche e la sete di conoscenza, che, una volta dichiarate, sono considerate un abominio della natura. Tra molti contrasti e difficoltà, Johanna lascia la famiglia e va a studiare alla Schola di Dorstadt, un posto nel quale può sentirsi parzialmente a casa. Parzialmente perché anche qua è derisa e disprezzata da tutti, maestri e compagni, perché spesso dimostra di saperne più di loro, ma almeno ha la protezione del vescovo che apprezza le sue qualità. Con queste premesse, cosa può fare quindi una ragazza molto in gamba e studiosa per scampare all’idiozia dell’uomo medievale? Passare al lato oscuro, ovvero fingersi maschio. E così va avanti Johanna, che diventa Johannes e vive tante peripezie che vale la pena di scoprire leggendo il libro.

Adoro questo personaggio e lo considero un modello a cui ispirarsi per la sua perseveranza. Johanna ha affrontato mille ostacoli anche se a volte si sentiva persa ed è riuscita a fare tutto da sola, con minimo supporto altrui. A volte ha beneficiato di situazioni casuali e particolarmente fortuite che le hanno permesso di proseguire sulla strada che le si costruiva davanti – e che lei stessa ha contribuito a costruire -. Ha continuato ad essere sé stessa, anche se questo ha significato privazioni, isolamento e sofferenze, allo scopo di perseguire i suoi sogni. Con enormi sacrifici si è guadagnata una posizione prestigiosa, molto ambita da tanti uomini e irraggiungibile per tutte le donne della sua epoca. In questa storia (vera o no non importa), fortuna e virtù operano di pari passo machiavellisticamente, ma niente sarebbe successo se Johanna non avesse insistito e resistito ai momenti di sfiducia e al senso di abbandono.

Il film è relativamente recente, del 2009; ho letto recensioni contrastanti, ma a me nel complesso è piaciuto. Gli episodi salienti del romanzo sono presenti, l’escalation culturale di Johanna è graduale come nel libro, ci sono meno dettagli, meno personaggi, meno brutalità e, cosa inevitabile, c’è più enfasi sulla parte romantica della storia (perché se in questi film storici non c’è un romance, non se li fila nessuno -.-” ).

Una nota: le attrici che hanno impersonato Johanna nei vari stadi della vita – da bambina a donna adulta – sono state ben scelte; vedendole tornano in mente le descrizioni dell’autrice del romanzo.  L’attrice che impersona Johanna da adulta è Johanna Wokalek, perfetta e credibile: non canonicamente bella ma fascinosissima, emana intelligenza e cultura, disinteresse per il “mondo mondano”, concentrazione su temi aulici e anche pratici (debellare le malattie)… insomma, il mio idolo – e qui il parere, mi dispiace, è puramente soggettivo, quindi insindacabile : ) .

 

L’unica lamentela che DEVO fare è: per tutto il libro ‘sta povera scrittrice non fa che dire che Johanna non è bella ma ha dei meravigliosi capelli color dell’oro e dell’argento e occhi grigio verdi. Tutte le attrici che hanno ricoperto il suo ruolo dall’infanzia all’adolescenza corrispondono a questa descrizione tranne l’ultima, proprio Johanna Wokalek, la più importante. E’ vero che la Johanna attrice è bellissima con i suoi naturali colori, MA DOVEVA avere capelli color dell’oro e dell’argento e occhi grigio verdi!!! (e non ci voleva molto, due colpi di shatush e lenti a contatto colorate.. eddai!!). Insomma, sono il suo tratto distintivo, l’unica cosa che la rende identificabile durante gli anni del camuffamento!!!

 

A parte questa mia invettiva, Film&Libro sono scorrevoli e li consiglio vivamente per svagarsi un po’ e per trovare un nuovo modello di vita a cui ispirarsi.

 

Ferragosto, sanità mentale non ti conosco.

*E il naufragare nei cliché m’è amaro in questo mare. (Scusa Giacomino L.).

*E il naufragare m’è amaro in questi cliché. 

Questo non è un post Ferragosto-related, nè io sono una Ferragosto-hater, MA una serie di eventi che, messi insieme danno luogo a sfortunate situazioni, mi porta a volermi sfogare a discapito della qualità – già opinabile – del Rudere e della pazienza di quei lettori che vorrebbero leggere pseudo recensioni film&libri. 

Evento #1. Il mio PC portatile, vecchio di 5 anni, ha cominciato a sbarellare a Giugno, mostrando delle difficoltà di accensione (ma comunque si accendeva), identificate dal tecnico e dichiarate risolvibili al costo di 97,00 €. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: ho tentennato, ho pensato che fosse meglio comprare un pc nuovo, ma poi mi è dispiaciuto per il mio compagno di vita e ho deciso di tenerlo col difetto di accensione, rifiutando la riparazione. Peccato che il tecnico abbia deciso di sabotarlo, rendendolo del tutto inutilizzabile. Risultato: adesso devo usare il PC fisso e giurassico dei miei.

Evento #2: In questo periodo scadono tutte le application di PhD d’Europa, cosa che comporterebbe una certa frenesia compilativa che però non posso mettere in pratica perché il PC fisso non ce la fa. 

Evento #3. Casa mia, “così spaziosa, così fresca anche ad Agosto!!!“, diventa teatro di tutti gli eventi mondani di famiglia, infatti da qualche giorno – periodo interminabile per una povera misantropa come me – ci sono sempre persone in giro. Persone che sorridono, a cui sorridere di rimando anche se non si ha voglia, con cui chiacchierare, con cui mangiare gelato, con cui dibattere di questioni di cui in realtà non vi importa una beneamata m**ch*a. Bellissimo, stupendo, se non fosse che DEVO LAVORARE A QUESTE APPLICATION. 

Evento #4. TUTTI tornano all’ovile ad Agosto. Ho trascorso un’estate di monotonia e solitudine e adesso, ad Agosto, TUTTI vogliono organizzare TUTTO. Gli amici nerd vogliono andare al mare, le colleghe della triennale propongono una giornata tutte insieme (mare? terme? o solo una serata?) ma nessuna ha un giorno disponibile perché a loro volta devono organizzare con altri, gli amici storici del liceo vogliono organizzare “qualcosa di tranquillo” e gite fuori porta, io stessa vorrei organizzare qualcosa per dei nuovi amici del continente perché sono stati gentilissimi ad ospitarmi da loro qualche giorno fa. 

In somma, tutto ciò di cui mi lamento è correlato alla mancanza del MIO PC PORTATILE e della mia indipendenza, un po’ come dire che niente TV e niente birra rendono Homer pazzo furioso o il mattino ha l’oro in bocca (Shining, altra accoppiata film&libro che sarebbe bello analizzare… quando non lo so).

Quindi ecco: niente PC portatile e niente indipendenza rendono Chickenpower pazza furiosa.

Too much informations (TMI Tag): una cosa che potevo risparmiarmi di fare.

  1. Che cosa indossi? Leggins smandrappati e maglietta con un gioco di parole basato sulla chimica (LOOOOSEEER!!), macchiata di olio. Espadrillas come pantofole e scarpe da spiaggia contemporaneamente.
  2. Sei mai stata innamorata? Yesss
  3. E’ mai finita davvero male con qualcuno? Nono, al peggio non c’è mai fine.
  4. Quanto sei alta? Alta è una parola grossa; occupo la terza dimensione per ben 158 cm, ma arrotondo a 160.
  5. Quanto pesi? Dipende dal pianeta in cui mi trovo. Sulla Terra, 55 kg.
  6. Hai dei tatuaggi? Non ancora. A volte medito di farne uno che, se dev’essere, sarà O una fenice O una costellazione. La Fenice perché mi ricorda che ci si può sempre rinnovare/ricostruire anche se alcuni eventi della vita ci demoliscono (ma chi prendo in giro, la voglio perché è l’animale figo in Harry Potter!!), la costellazione perché sono astrofila dilettante e perché un tatuaggio fatto di puntini è meno vincolante di un disegno vero e proprio e, volendo, può passare inosservato (nel caso la costellazione sarà l’Orsa Maggiore perché è l’unica che so riconoscere).
  7. Hai dei piercing? Nope, già fare i buchi regolamentari alle orecchie  mi ha dato sofferenza inutile. Però i microdermal sono una figata assurda.
  8. OTP? WTF?
  9. Programma tv preferito? Intesa come serie tv: Friends! E Scrubs. Li rivedo sempre volentieri. E pure Boris, l’unica serie tv italiana degna di essere vista (di cui magari non avete mai sentito parlare perché è davvero valida e in tv non la mandano).
  10. Band preferita? Queen (banale) Belle and Sebastian, Camera Obscura, The Smiths.. per ora non mi viene in mente altro. Ma vado anche di roba rock tipo Van Halen, Franz Ferdinand, Clash.
  11. Ti manca qualcosa? O qualcuno…? Mi manca qualcosa, ma lo sto cercando come una pazza e spero di trovarlo!
  12. Canzone preferita? Quella del periodo è Mr Tambourine, di Bob Dylan
  13. Qual è la tua ossessione in fatto di makeup? Nessuna. Per me è una forma alternativa al disegno, in cui sono schiappa.
  14. Il tuo segno zodiacale? Pesci (ma a chi frega? E’ molto anni ’90, come domanda).
  15. Hai un talento nascosto? Sicuramente sarei una bravissima perlicultrice.
  16. La tua citazione preferita? “La naturalezza è una posa, la più irritante che conosca”, di Oscar Wilde.
  17. Attore preferito? Per figaggine, Loki (Tom Hiddlestone), per bravura Dustin Hoffman.
  18. Qual è il tuo colore preferito? Verde.
  19. Preferisci la musica a tutto volume o no? A tutto volume sempre, voglio poter distinguere tutti gli strumenti e le riprese di fiato del cantante.
  20. Dove vai quando sei triste? Dipende dalla città in cui vivo al momento. Bizzarramente da fuori sede ho sempre trovato un posto mio: quando ero a Torino, il Valentino su una panchina davanti al Po o alla Feltrinelli di Porta Nuova; quando ero nel Surrey l’unico posto era il centro commerciale perchè le strade erano un po’ troppo deserte.. quindi tristezza. Ho trovato conforto nella biblioteca locale. A Messina trovavo conforto nel mio giardino col mio gatto che mi ignorava e al tempo stesso ascoltava tutti i miei sfoghi, ora è andato via quindi manco quello ho. Fortunatamente qua sono meno triste che quando sono sola fuori sede.
  21. Quanto ci metti a farti la doccia? Se devo lavare i capelli, 15 minuti, altrimenti 5.
  22. Quanto ci metti a prepararti la mattina? Se sono ben organizzata, in 40 minuti faccio tutto, compreso rifare il letto. Ci metto così tanto perché mi devo strafogare, la colazione è il mio pasto preferito.
  23. Ti sei mai trovata in mezzo a una rissa? Purtroppo no.
  24. Cibo preferito? Pizza (banale), pesce in molte forme dopo mesi passati lontana da casa, le mie lasagne zucchine e pesto. Mi piacciono troppe cose da poterle elencare.
  25. Il tuo libro preferito? Ammesso che non si fosse capito, Il giovane Holden.
  26. Perchè hai iniziato a bloggare? Perché ai tempi di MSN tutti avevano uno “Space” che era un po’ come una bacheca di Facebook, quindi era un modo per condividere roba – alias farsi i cavoli altrui -. Poi da qua ad alimentare la mia grafomania (tengo un diario da quando avevo 10 anni) il passo è stato breve.
  27. Quali sono le tue paure? Ossessionata dal come morirò, non il morire in sè. Claustrofobia, di recente sviluppo (grazie, Metro di Londra!). Inesorabile scorrere del tempo e mia incapacità di stargli dietro, di usarlo saggiamente.
  28. L’ultima cosa che ti ha fatto piangere? Non piango facilmente, ma a periodi divento una fontana – problemi ormonali?? – Mi commuovevo sempre quando c’erano casi particolari nel programma tv “Clinica Veterinaria”. E anche per il finale del film di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, consigliatissimo.
  29. L’ultima volta che hai detto di amare qualcuno? Ultimamente ho deficit di memoria.
  30. Qual è il significato del nome del tuo blog? E’ un pezzo di The importance of being Ernest (ma non ne sono del tutto sicura) di Oscar Wilde, perché all’epoca dello Space MSN ero innamorata di lui e lo veneravo, e poi perché sapevo che qualunque mio blog sarebbe stato brutto. Ma brutto in modo dignitoso, quindi ragguardevole, da rispettare nella sua bruttezza. Ogni scarrafone è bello a mamma sua.
  31. L’ultimo libro che hai letto? Argento vivo.
  32. Che libro stai leggendo? Rileggendo, perché ultimamente non ho grande piacere nel leggere o non trovo libri degni, quindi sto andando sul sicuro sperando di avere materiale per un nuovo post a tema film&libri (che ho abbandonato solo apparentemente, giuro): La Papessa.
  33. L’ultimo programma tv che hai visto? Paperissima, poco fa. A me fa sempre ridere anche se i video sono vecchissimi. Soprattutto quando ci sono i gatti.
  34. L’ultima persona con cui hai parlato? I miei genitori, poco fa.
  35. Che rapporto hai con l’ultima persona a cui hai scritto un messaggio? Amicizia.
  36. Il tuo luogo preferito in cui stare? Sdraiata su un prato, direttamente a contatto con l’erba.
  37. Un luogo che ti piacerebbe visitare? La Grecia, per l’amore del cielo!! Appena diventerò indipendente organizzerò un viaggio lì DA SOLA, zaino in spalla.
  38. L’ultimo luogo in cui sei stata? Toscana, bellissima ❤
  39. Hai una cotta? Grazie al cielo no.
  40. L’ultima volta che hai baciato qualcuno? Deficit di memoria.
  41. L’ultima volta che sei stata insultata? Sinceramente non mi capita da ere… devo preoccuparmi?! Forse l’ultima volta è stata durante il tirocinio in lab al primo anno di specialistica; la tizia che mi doveva insegnare le cose mi usava come antistress personale e mi cazziava sempre. Adorabile!
  42. Qual è il tuo dolce preferito? Il più sfigato, la Panna Cotta!
  43. Suoni uno strumento musicale? Ho sempre odiato studiare musica, alle medie la prof mi metteva Buono giusto per non rovinarmi la media, non ho mai capito perché la musica si dovesse studiare, la musica si vive! Comunque sono stata costretta a suonare il flauto (the horror), ho provato la pianola e anni fa ho comprato una chitarra che volevo imparare a suonare da autodidatta ma ora è in solaio a prendere polvere. Ah, la costanza!
  44. Il tuo gioiello preferito? Per me le gioiellerie potrebbero chiudere. Perdo sempre tutto, e odio perdere le cose che costano più di me. Roba fasulla sì, soprattutto collane e ultimamente anelli.
  45. L’ultimo sport che hai praticato? Tiro con l’arco e Corsa.
  46. L’ultima canzone che hai cantato? Quella che fa “Mentre la tv… diceva! Mentre la tv… ballava! Bevila perché è tropicana YEAH!” [rigorosamente storpiata] Che livelli, ragazzi.
  47. La tua frase preferita per attaccare bottone? Io sono asocial, NON attacco bottone, anzi lo taglio.
  48. L’hai mai usata? NO.
  49. L’ultima volta che hai frequentato qualcuno? In che senso? Io frequento un sacco di ggente. Nessun uomo è un’isola. [Cazzate, io sono quella cazzo di Ibiza!!! (cit.)].
  50. Chi dovrebbe essere il prossimo a rispondere a queste domande? Tutti quelli che sono in vena.

 

Vi chiedo scusa per questo scempio di post, ma ho una tendenza naturale a rispondere a queste domande stupide e sono grafomane – non smetterò mai di ricordarvelo -. Sono anche egocentrica per cui mi piace parlare di me, soprattutto protetta dalla calda copertina dell’anonimato. Dire senza dire è il mio divertimento più grande. Abbiate pietà della mia anima immortale.