Canzoni evocative #4

Per tutta l’estate ho sentito in radio sempre le stesse canzoni, e anche stavolta Spotify ha guarito il mio animo tormentato – anche se tendevo ad ascoltare “sempre le stesse canzoni” di mio gusto. Il punto è che giusto ieri è capitata in radio una canzone che ho riscoperto lo scorso inverno, una canzone molto fine anni ’80, che durante gli anni ’90 si odia, durante gli anni 2000 si dimentica e durante gli anni ’10 del 2000 si ama con un senso nostalgia in background. Per vari motivi simil aranciameccanici ho problemi ad ascoltare quella canzone, mi rievoca roba intensa sia in positivo che in negativo, odi et amo etc etc.

Dopo tutto questo sbattone volete sapere qual è la canzone incriminata? Non ve lo direi nemmeno sotto tortura. Scordatevelo.

In sostituzione, di recente ho trascorso dei giorni intensissimi e carichi di emozioni e tensione – di cui non mi sento ancora di dirvi niente – avventure e cose mai fatte, uscite dalla confort zone, passeggiate oltre il limite et similia, tutte cose che avevano il seguente sottofondo, che mi si canta in mente esattamente da 4 giorni. L’unica cura in questi casi è ascoltare tale canzone all’infinito così da rendere il cervello satollo. Ma io non voglio che la canzone in questione mi esca dalla mente, perché la associo a tutte le cose avvincenti e incoraggianti successe in questa settimana appena finita. Quindi? Eh, non lo so. Intanto la canzone in questione è questa, forse molto insignificante, nemmeno il mio genere, ma chissene.

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Cioè infatti praticamente insomma

1) Non so di che scrivere ma sono di nuovo in una fase di disagio letterario per “colpa” del Signore delle mosche – scusatemi, sono una persona triste e immeritevole del dono della letteratura – e quando non so che fare guardo cose a vuoto su internet o peggio, sul cellulare e consumo minuti di vita preziosi che avrei potuto spendere meglio leggendo un libro. Il mio problema è che non sono nemmeno in condizione di accettare consigli di altri sui libri, perchè i titoli suggeriti non mi ispirano o quando inizio una lettura consigliata, puntualmente non mi rapisce e mi sento una perditempo: perditempo perchè sono a metà di un libro che non mi piace, e il tempo passato ad iniziarlo è sprecato se non lo finisco, ma il tempo passato a finirlo è sprecato perchè potrei iniziare un libro che mi piace di più. Capite l’entità del mio dramma letterario?

2) In questo periodo sono la personificazione del Caos. Semino disordine e oggetti in giro per casa, sono l’emblema della trascuratezza sul fronte dell’aspetto esteriore e se cerco di cambiare le cose soffro, come se mettessi un paio di scarpe troppo piccole. Ho bisogno di seminare Caos, di vivere nel Caos, di farmi sommergere dal Caos. Il Caos è mio amico e mi tiene viva, diversamente mi sentirei fasulla o insignificante.

3) Sono una procrastinatrice professionista, potrei scrivere un manifesto sul procrastinare. Perché fare qualcosa oggi se la puoi fare domani mattina? E domani mattina non mi andrà di farla e la farò il pomeriggio, ma poi è tardi e fare le cose di prima mattina è meglio, quindi lo farò la mattina del giorno successivo.

Giuro che mi comporto in modo così scellerato solo quando sono in Sicilia. Quando sono fuori sede, o meglio, in una nuova sede, divento Miss Efficienza, faccio tutto all’istante -o con rinvii oculati-. Evidentemente il mio destino è vivere tra questi due opposti, tra la precisione quasi maniacale e la totale follia di oggetti, materiali e immateriali.

4) Una considerazione che gli altri fanno su me stessa, da quando avevo 11 anni: sembra che non vali molto (…) ma in realtà hai tutto un mondo/sei molto intelligente/studiosa/capace/tenace etc etc. Come a dire: Not sure if it is a compliment or a very mean insult.

5) Ho sempre in mente dei post da scrivere e poi mi dimentico di farlo. Vorrei continuare la serie “canzoni evocative” che è solo a quota 2 credo, ma perdo l’attimo, non mi sento in vena di scriverlo, se lo scrivo vorrei farlo liberamente senza che chi mi conosce personalmente colga riferimenti… che fatica, questo mi fa desistere. Ma credo che lo scriverò lo stesso fregandomene e amen.

Questi cinque punti sono solo il contorno, l’ombra di ciò che sta avvenendo ultimamente, cose di cui sono estremamente felice, come quando Joey e Dawson si baciano per la prima volta e Dawson descrive a Pacey quel primo bacio con delle immagini tipo: onde che si infrangono a riva, un tuffo al cuore etc etc. E soprattutto: perchè il mio cervello sa a memoria le battute di una vecchia serie tv e non le formule di tutti gli aminoacidi? O delle basi azotate? Grazie cervello, anche io ti voglio bene.

About a boy, il film

Stavolta non ho fatto finta di niente, come per un altro film che ho ignorato  mesi fa *coff coff*

About a boy è uno di quei film che mi ha segnata a vita, forse perchè quando l’ho visto al cinema, a 14 anni nel 2002, ero particolarmente influenzabile e suscettibile al fascino di Hugh Grant (prima che uscisse fuori il suo coinvolgimento in reati e che fosse l’antagonista di Mark Darcy in Il diario di Bridget Jones).

Le prime scene ti fanno già innamorare di Hugh Grant, che è Will, tra loro non esiste differenza. Diceva Jon Bon Jovi “nessun uomo è un’isola”. Cazzate. Questo è proprio il momento giusto per essere un’isola, con gli accessori giusti e soprattutto, l’atteggiamento giusto. Essere un’isola con un sacco di intrattenimenti, una vera attrazione per le svedesi… insomma, essere Ibiza! I due Will sono fighi, ricchi, stilosi, tendenti all’isolamento per evitare preoccupazioni, la vita che una parte di me, ogni tanto, sogna (con GLI svedesi). Circondarsi di passatempi da poter gestire da soli, da macchine per il caffè e per il gelato, da televisori piatti, dvd, riviste, ristoranti fancy, negozi di dischi in cui fare i saputelli sui vinili più rari. Dai, non negate che sia una figata. L’unica differenza, e dico anche pecca, della trasposizione cinematografica della vita di Will è connessa al momento storico in cui è ambientata la storia, ovvero “il presente”, cioè il 2002, mentre nel libro le vicende hanno luogo nel 1993. Cosa cambia, chiedete voi? Cambia la musica, che è sempre importante per creare l’atmosfera, e cambia parte dell’atteggiamento stesso di Will, che negli anni 2000 è più credibile e realistico che negli anni ’90, forse perchè man mano l’egocentrismo è cresciuto e socialmente accettato (mie impressioni soggettive – boiata alert).

Con questo non voglio dire che la musica del film sia scadente, anzi la adoro ed ha arricchito la mia playlist personale. Non dico altro perchè è troppo memorabile per spiegarlo, e troppo importante nella mia vita di adolescente per darvene un’idea.

Tornando ai personaggi, Marcus fa contemporaneamente pena e rabbia già al primo sguardo, con la cosa del cantare e i suoi vestiti. La vita domestica di Marcus del film è identica a quella di Marcus nel libro, in tutto. La madre Fiona-Toni Collette è anche lei strana, quindi il figlio non poteva essere diverso. Sono vegetariani, ascoltano solo certe canzoni, rifiutano il rap, sono no global e così via. Dettaglio: Fiona è arrivata a quel punto dopo una vita di riflessione e scontro col prossimo; Marcus, invece, è troppo un novellino, ha visto poco della vita e non dovrebbe avere dei gusti e principi così ben definiti, quindi ciò che sembra “personalità” è invece un’influenza della madre, anche se lei crede che così facendo lo renda intellettualmente autonomo. Volete sapere la mia opinione? Marcus in sè non è così strambo come i suoi compagni di scuola dicono, anzi è abbastanza normale per avere 12 anni: vuole andare a pranzo da McDonald’s, giocare ai videogames, guardare la tv, mangiare i CocoPops, avere degli amici. Nulla di strano in lui (a parte la cosa del cantare, che vedrete nel film), al massimo è il suo ambiente a renderlo irrimediabilmente strambo e oggetto di pubblico ludibrio a scuola.

Eppure Marcus si è creato un suo mondo, indipendente e unico, diverso nella forma ma non nella sostanza da quello di Will; e infatti i due sono più simili di quanto sembri, tanto che ad un certo punto, l’uno trasforma l’altro in sè stesso, le due personalità si invertono come in Quel pazzo venerdì ma in modo realistico.

 

Senza farvi spoiler, ad un certo punto del film si vedrà lei, Rachel, “la donna che fece rimbecillire Will”, alias Rachel Weisz/zs. Bella, intelligente, creativa, simpatica, tutte qualità che mettono in difficoltà Will perché lui si ritiene completamente vuoto e superficiale. Queste sue caratteristiche non gli hanno mai impedito di avere varie numerose fidanzate, ma con Rachel sente che è diverso: la sua vuotezza, che era prima una corazza, adesso è una debolezza che, una volta scoperta, potrebbe farla sparire per sempre.

 

Anche Marcus ha una specie di cotta per una compagna di scuola più grande e punkabbestia, Ellie. Nel libro Ellie è molto più interessante, a parer mio, perché ha gusti musicali migliori della Ellie cinematografica: Kurt Cobain vs Rapper_di_colore_a_piacere. Per Marcus, Ellie è un’epifania e una sorta di baluardo contro le prese in giro dei compagni, perché tutti sono terrorizzati da lei, che anche se è un po’ pazza, è anche rispettata e temuta. Mentre Rachel rende Will più “vulnerabile” sentimentalmente, Ellie aiuta Marcus ad essere più strafottente, a creare delle giuste distanze con la madre e gli adulti in generale. N.B. Ellie (Natalia Tena) è stata Ninfadora Tonks in Harry Potter e la buzzurra amica di Hodor e del ragazzo Stark zoppo.

 

Verso la fine del libro succede un evento che deve essere un po’ il motivo di riunione di tutte le persone relative a Marcus; nel film questo evento è stato sostituito con un altro, forse per brevità – è meno memorabile/bizzarro ma più americanata, con un bel momento di gigioneria da parte di Hugh Grant. Perle della storia del cinema.

 

 

 

Summer special accomplishments

Questa è stata un’estate singolare. Ogni singolo giorno è stato pervaso da un’angoscia unica, derivante dall’incertezza che avrebbe potuto attendermi in autunno e che, forse, non ci sarà o non sarà devastante come credevo – ma ora sono incerta anche di questo. Complice il meteo capriccioso, anche in Sicilia l’estate è iniziata con molto ritardo, solo a fine Luglio; in più, tutti i miei conoscenti erano impegnatissimi a fare qualunque cosa, perciò le trasferte, le serate, le organizzazioni in generale sono state un po’ lente a partire. In questo contesto di desolazione e incertezza (insisto su questo concetto), posso ammettere che questa estate è stata quella  in cui ho fatto più cose per la prima volta in vita mia.

 

1) Ho ucciso meduse come se non ci fosse un domani.

Il mare vicino casa è la cosa meno affidabile di questo mondo: alle 8 di mattina appare limpido e calmissimo, alle 10 – orario a cui di solito vado in spiaggia – diventa un’onda unica, fortissima, impetuosa e mortale. Molto spesso è stato mosso, gelido e sporco, in tutte le possibili combinazioni. Ma la cosa peggiore al mondo (first world problems) è quando è calmo, limpido, pulitissimo, caldo (fenomeno paranormale che succede solo in Agosto) e con MEDUSE. MEDUSE EVERYWHERE, non ci si può nemmeno bagnare i piedi che sono lì, in tutta la loro bruttezza puntinata e galleggiano e fluttuano come se il mare fosse loro. Non sono stata mai punta da una medusa, e voglio continuare così; per questo, quando le vedo, smetto di balneare e mi rassegno a soffrire al sole facendo finta di volermi abbronzare (AHAHAHAH1!11!11!!!1!). Quest’anno NO, mi sono lanciata nel nobile sport catturalamedusaconlaciabatta e ne ho fatte fuori 12 in due mattinate. Che soddisfazione!!

 

 

2) Sono andata in canoa.

Prima o poi vi racconterò la lunga e travagliata storia d’amore tra me e il nuoto, per ora vi dico solo che, avendo imparato a nuotare ad un’età abbastanza matura e in piscina, sono una nuoto-nazi. Per essere più chiara, rifuggo da tutto ciò che si fa di divertente a mare: niente tuffi, niente schizzi, niente affogamenti giocosi, niente capriole, niente lotte sulle spalle della gggente, niente coreografie, niente immersioni sorridendo e con gli occhi aperti. Niente, nada, nisba, nothing, rien. Quindi cosa faccio in acqua?? Strano ma vero, nuoto. Nuoto come se non ci fosse un domani, come se dovessi attraversare lo Stretto di Messina, come se fossi una sirena maldestra con qualche disfunzione motoria. Qualche volta faccio qualcosa in più, come andare in pedalò e, da quest’estate, in canoa. La mia amica stava davanti e io dietro, e cercavamo di sincronizzarci sulle remate, ma non era cosa facile. Per fortuna il nostro istintivo buon senso ci ha indotte a fare un giretto breve, non troppo lontano dalla riva (abbiamo rischiato di finire addosso ad una signora, ma vabbè) e tutto è andato liscio e ci siamo sentite delle avventuriere. Ci hanno anche immortalate nell’eroica impresa:

 

3) Ho ballato la tarantella.

Anche qui forse dovrei accennare al mio rapporto con la danza, ma non lo farò. Ho ballato la tarantella durante i giorni in Calabria, ad una sagra del vino e della tarantella: la musica era bella e il gruppo moderno, con batteria e chitarre elettriche, balli frenetici e cose fighe. Non era solo un concerto, infatti sotto il palco c’era uno spiazzo lasciato libero dal pubblico per tutti quelli che volessero ballare. All’inizio guardavo ammirata i giovani, così legati alla tradizione e al ballo, e i signori più grandi – alcuni anziani – che volteggiavano come dei ragazzini: mi facevano pensare a quanto io sia impacciata e allo stesso tempo desiderosa di lanciarmi nella mischia, se solo fossi stata capace di ballare. Dato che la gente tendeva a trascinare gli altri nella mischia stavo in disparte, ma un’amica mi ha presa per le mani e mi ha fatto ballare come una pazza ad un ritmo frenetico!!! E’ stato troppo divertente e liberatorio, anche se mi confondevo sempre da che lato fare le giravolte. Bellissimisssimissssssimo!!!11!1!!1!1!!11!!11!!1!!!!!!

 

 

4) Ho raggiunto livelli di sciatteria mai visti.

L’estate è disimpegno e, per me, sciatteria. Viva la sciatteria, forever and ever. Non dover pensare a cosa mettere (il post summer clothing essentials è tutta metafisica), indossare sempre le stesse cose, essere trasandati è il vero modo per essere in vacanza mentalmente. Di fatto NON sono andata in vacanza, ma mi bastava mettere i pantaloni bracaloni per sentirmi come a Santorini.

 

5) Ho fatto l’avventurosa.

Non sono un tipo avventuroso – non nel senso indianajonesiano del termine – ma stavolta ho fatto una cosa avventurosa. Sono andata, infatti, al Parco Avventura di Longi, nella riserva naturale dei Nebrodi, habitat del suino nero dei Nebrodi. Il Parco Avventura consiste nell’imbracarsi e fare percorsi avventurosi da equilibristi tra un albero e l’altro, ad altezze variabili da un minimo di 8 ad un massimo di 13-15 metri. Ogni tratto è particolare, può essere un semplice cavo d’acciaio più o meno oscillante su cui dover camminare, una scaletta a pioli di legno tipo ponte sospeso, una rete di corda da dover attraversare tipo Spiderman, una serie di tronchi pericolosamente oscillanti a un metro l’uno dall’altro e cose così. Sono riuscita a fare un percorso e un quarto; il primo, quello facile, era un po’ sconcertante per l’altezza, a cui dovevo abituarmi, mentre il secondo, medio, era semplicemente sfiancante. A metà strada, infatti, ero così stanca che mi si è annebbiata la vista e gli omini mi hanno dovuta raccattare e calare giù dall’albero a mò di panaro (aka cestino). Inutile dire che il giorno dopo avevo dolori ovunque, asd.

 

6) Sono stata meno socially awkward.

Non dico di essere diventata socievole, ma sono stata più socievole del solito. E con questo non intendo che ho fatto conoscenze particolari, ma ho passato dei momenti sereni con nuovi e vecchi amici, cosa che per me vale più di 10 isole greche. Ho trascorso giorni di spensieratezza assoluta, comportandomi liberamente e trovandomi a mio agio, cose che non spesso mi accadono. Credo che questo sia stato l’accomplishment più significativo dell’estate.

 

 

 

Scusate il finale melenso, ma è vero!

Per ora non mi viene in mente altro, ma ci sono altre cose che probabilmente aggiungerò.