Tag: libri dalla A alla Z

A – Autore con la A maiuscola (quello di cui ho letto più libri): L’autore “classico” che ritengo più valido e allo stesso tempo piacevole da leggere è Gabriel Garcia Marquez, perché è come un amico un po’ anziano, un signore attempato che ha vissuto in modo abbastanza scellerato da comprendere le follie, fatte o pensate, della gioventù.

B – Bevo (responsabilmente) mentre leggo: da piccola (fino ai 16 anni asd) se un libro mi catturava lo leggevo ovunque, anche durante la colazione, infatti spesso ci versavo per sbaglio il latte col cacao. Ora sto un po’ più attenta e bevo té al gelsomino e caffèlatte in inverno e tè freddo o infuso di karkadé e rosa canina in estate.

C – Confesso di aver letto: le robe della Meyer e della Kinsella (queste ultime enjoyandole, cosa che mi rende ancora più esecrabile).

D- Dovrei smettere di: iniziare un libro e poi mollarlo, ma da più di un anno ormai è routine.

E -E-reader o cartaceo: di questo ho già scritto:l’e-reader ha la sua utilità ma il libro mi fa vivere la storia.

F- Fan impenitente: per le saghe di Harry Potter e di Hunger Games (anche se so che è scritto maleee argh!!).

G – Genere preferito che di solito leggi: più che un genere preferito ho uno stile di scrittura o un  argomento preferito. Mi piace la roba distopica e post-apocalittica (da Orwell alla Collins), mi piacciono i thriller psicologici, i fantasy a piccole dosi e non disdegno i classici (alla Dickens, per intenderci). Odio quando l’autore si perde in descrizioni infinite.

H – Ho atteso a lungo per: L’ordine della fenice, ricordo ancora l’emozione dell’acquisto, l’attesa del tragitto in macchina dalla libreria a casa e la soddisfazione di aprirlo ed iniziare a leggerlo seduta in veranda.

I – In lettura in questo momento: The Martian (wait for it…)

L – Luogo preferito per leggere: Casa mia; divano, letto o sedia non importa, basta che ci siano una temperatura confortevole e silenzio assoluto.

M – Miglior prequel di sempre: Sono sicura che sarebbe Lo Hobbit, anche se non sono riuscita a leggerlo perchè sono allergica a Tolkien (penitentiagite!! lo so). Ma non dubito che, se fossi una persona normale, la penserei così.

N – Non vorrei mai leggere: se escludiamo in non libri, ovvero quei romanzi che hanno ingannevolmente le sembianze di un libro (quindi sono fatti di carta, hanno pagine e copertine con caratteri stampati etc.) ma in realtà sarebbero più utili per accendere le Yankee Candles, direi che non vorrei mai leggere polpettoni storici (noiaaaa) o scientifici (leggo spesso di scienza, se devo rilassare la mente preferisco altri temi).

O – Once more (un libro che hai riletto tante volte,  ma rileggeresti ancora): essendo una rilettrice compulsiva, rispondere a ciò è molto semplice. Il giovane Holden (circa 20 volte), la saga di Harry Potter (almeno 3), Il diario di Bridget Jones (4-5), Piccole donne (8-9), L’amore ai tempi del colera (3), Cent’anni di solitudine (2), About a boy (5-6) e altri che non ricordo causa lontananza dalla mia biblioteca personale. Rileggo i libri quando sono in fase di stallo e non ho libri nuovi da leggere oppure quando ho il blocco della lettura.

P – Perla nascosta (un libro che non ti aspettavi fosse così bello): Il cacciatore del buio di Donato Carrisi. Dire “bello” è impreciso, è ben scritto e ben articolato, per giorni interi ho avuto problemi ad addormentarmi e quando rientravo a casa da sola di sera mi sentivo un po’ in ansia.

Q – Questioni irrisolte (un libro che non sei riuscita a finire): Gita al faro, di Virginia Woolf.

R – Rimpianti letterari (serie interrotte o libri perduti che non potrete finire di leggere): la bibliografia di Arthur Conan Doyle: non ho con me la raccolta, che comunque è troppo lunga e mi distoglierebbe da altri libri 😦

S – Serie iniziate e mai finite: Game of Thrones, shame on me lo so, ma vale il discorso summenzionato, paura che mi coinvolga o impegni troppo.

T – Tre dei tuoi antagonisti preferiti: Dr Hannibal Lecter (ma non accetterei mai un suo invito a cena), Severus Piton, l’assassino di Io sono Dio.

U- Un appuntamento con (personaggio di fantasia): ma che domande sono!?!?!? Il signor Darcy!! Sia Mark Darcy che il Signor Darcy (quindi, essenzialmente, Colin Firth).

V – Vorrei non aver letto: certi libri che il mio amico Holden definirebbe “da serve”, che mentre li leggevo dicevo “Oh-mio-Dio”, come nelle scene splatter dei film in cui non puoi fare a meno di guardare anche se sei sul punto di svenire. Vabbè lo dico perchè siamo in un paese libero: Per dieci minuti, della Gamberale (omfg).

Z – Zanna avvelenata (quel finale che proprio non hai mandato giù): di solito rimuovo dal mio cervello i finali che non mi piacciono, quindi non me ne viene in mente nessuno.

Taggo chiunque abbia il buon cuore di volersi far taggare, anche se sono foreveralone da punto di vista bloggistico.

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Canzoni evocative #5

Dopo secoli e secoli di Spotify – che adoro ma, costringendomi ad ascoltare la MIA musica, mi fa aggiornare poco – sono passata alla cara vecchia radio, rigorosamente italiana, of course. Adesso sono un’esperta delle canzoni da serve famose per un paio di mesi e che poi tutti dimenticano. Quelle canzoni che sembrano tutte uguali, orecchiabili, che ci sono familiari, che canticchiamo mentre facciamo le faccende di casa. Quelle canzoni, insomma, che odiamo dopo un mese di ascolto assiduo, i cui “autori” vorremmo prendere a schiaffoni e scuotere per le spalle urlando: “PERCHE’ TI FAI I SOLDI A DISCAPITO DELLA MIA SANITA’ MENTALE?!?!?”.

Per farvi capire, intendo canzoni del genere:

Ma quanto è carina?!?!? La ascolto volentieri ogni volta che passa in radio (tipo almeno 3 volte al giorno) e quando capita in shuffle nella mia playlist Spotify intitolata, guarda caso, Radio. Ma è inutile che io vi dica quanto mi piace e come mai mi piace (se lo sapessi, lo farei). Ve lo spiego così:

Scusate ma ho trovato solo quella in loop, ma è così che dev’essere.

Ansia da serie tv

Per la serie “first world problems”, eccone uno: l’ansia da serie tv.

Per anni sono andata da una serie tv all’altra, guardando una puntata dopo l’altra avidamente e con una serenità incontrastata. Ogni serie tv che ho visto è legata ad un periodo della mia vita o a delle persone.

Esempi:

Doctor House: periodo di tirocinio in laboratorio di Genetica e stesura della tesi di triennale. Quando non andavo in lab ma stavo a casa per scrivere la tesi, dopo pranzo avevo bisogno di una pausa che mi facesse staccare la mente ma anche che non fosse troppo rilassante per non perdere la concentrazione. Perfetta quindi perchè mantenevo il cervello su quesiti scientifico/medici e avevo come modello di vita Gregory con le sue manie da Sherlock Holmes.

How I met your mother e The Big Bang theory: entrambe molto tranquille, rilassanti, da guardare la sera per sorridere un po’. La prima era la nuova Friends, la seconda mi distraeva mantenendo sempre un po’ il cervello attivo con dei richiami scientifici e con l’inglese americano un po’ ricercato di Sheldon.

Chuck: colleghi e amici la seguivano al tempo dell’università, quindi mi sono incuriosita e ho cominciato a seguirla anche io. A parte l’amore incondizionato per Zachary Levi (che ha recitato in una serie tv carina su MTV quando era sconosciuto), il paradosso e il suo barcamenarsi nel mondo come persona nerd mi hanno colpita molto. Ho interrotto la visione per motivi tecnici che non ricordo e sento come un muro tra me e la ripresa della serie. Forse non voglio vederne la fine perchè mi dispiacerebbe troppo sapere che è finita (chiaro no?).

Once upon a time: nel periodo post laurea specialistica ho visto la pubblicità in tv e ho cominciato a guardarla, poi anche mia mamma si è appassionata e abbiamo continuato a vederla insieme; lei è una spoilerona tremenda, quindi ad un certo punto sono andata avanti da sola con la versione in lingua originale per darmi un certo vantaggio. La serie mi piace perchè è una buonissima via di mezzo tra il sognante (siamo cresciuti a pane, Nutella e film Disney) e l’intripposo – gli autori sono gli stessi di Lost – e mi piaceva tenere il filo dell’intreccio, bello intricato come piace a me. Ho smesso di seguirla perchè in UK non potevo affittarla o vederla in streaming e ora ho paura a riprenderla perchè non sono più sul pezzo, ho perso la dimestichezza con la tortuosità (aumenta di puntata in puntata). Ahimè.

Friends: l’ho sempre guardata negli anni ’90 quando la trasmettevano su Raidue, ma non l’ho mai seguita con ordine. Quando ero in UK volevo qualcosa di divertente da guardare in lingua originale e ho visto tutte e 10 le stagioni in un paio di mesi circa. La ragazza che era  con me in tirocinio in UK adora Friends e sa tutte le puntate a memoria, perciò quando mi ospitava a casa sua per il weekend, nei momenti di ozio, lo guardavamo insieme (e lei sapeva anche le battute a memoria!!): Friends consolida le amicizie!! Sto riguardando Friends con dei colleghi, anche qua ho trovato un’amica che adora la serie (evviva i fan di Friends nel mondo!!).

Scrubs: la serie tv della vita insieme a Friends. Ho iniziato a vederla quando la davano su MTV, ero in quarto liceo, l’anno del “voglio fare Medicina” e un buon 80% del mio convincimento era legato a questa serie tv. Grazie al cielo in quinto liceo ho cambiato idea e ho optato per Biotecnologie – Medicina proprio non avrebbe fatto per me – ma sono ancora follemente innamorata di JD. Ho rivisto Scrubs quando ero in UK, durante e dopo cena, nei weekend a colazione e a pranzo… amore puro!

Smallville: serie tv adolescenziale con sfondo fantasy/marvelliano – giusto per dire che ha a che fare con Superman. Inutile dire che ero innamorata di Clark Kent; guardavo le puntate con mia madre che invece trovava fascinosi Lex e Lionel Luthor e il giorno dopo discutevo animatamente con la mia compagna di banco su quanto fossero azzurri gli occhi di Tom Welling (oh-my-god). Mai finita perchè a lungo andare le puntate sono diventate ripetitive/poco interessanti. Non si vive di solo Tom Welling.

Breaking bad: amici che venerano la serie, stufa di ignorare i loro commenti, ho cominciato a seguirla. Ammetto di essermi forzata a guardare le prime puntate, che non mi hanno subito presa, ma dopo la prima serie ho inquadrato il genere e ho imparato ad apprezzarla. Una delle serie tv meglio fatte di sempre. In UK non potevo vederla quindi ho interrotto e adesso non riesco a riprendere perchè so che ha già una fine e la cosa mi mette ansia.

Game of Thrones. L’epicità in una serie tv. Cominciata a vedere in tv in italiano con mia madre, poi su rai4 c’erano versioni censurate (-.-) e i doppiaggi non erano buoni o mi obbligavano ad aspettare mesi prima che la nuova stagione fosse doppiata, ergo ho cominciato a seguirla in lingua originale e adesso non vedo l’ora ricominci ad aprile. E’ l’unica serie che non mi mette ansia al momento, sicuramente perchè la sto seguendo man mano che la mandano in onda su HBO.

 

Ok basta, ne avrei altre ma non ha senso tediare l’audience. Non so quale sia la radice della mia ansia, ultimamente non riesco a concentrarmi su un mondo parallelo da serie tv, forse perchè il mondo vero per adesso assorbe la maggior parte delle mie energie (il che è un bene). In questo ambito però, desidero davvero completare Chuck e Breaking bad, speriamo di farcela!

P.s. sono l’unica al mondo ad avere ansie del genere?

Procrastination master

Non riesco mai a dire di essere brava in qualcosa, tranne che per questo: procrastinare. Vi prego fatemi scrivere un manuale in cui illustrare in dettaglio le modalità di procrastinazione e, soprattutto, le riflessioni di una mente non lineare che può vivere solo se procrastina.

Due settimane fa ho avuto l’ardire di programmare una mini-fuga (senza l’ombra del benché minimo Signor Darcy) dai miei amici, in Italia (ah, Italia, quanto mi manchi). Sapevo che avrei avuto un saaaacco di tempo per fare, come minimo le seguenti cose:

1) comprare l’abbonamento del metà prezzo per le ferrovie svizzere 

2) comprare il biglietto del treno.

Nel frattempo si sono presentate delle “incombenze”, degli impegni – per carità scelti da me e di natura più che positiva, ovvero il corso di francese e la palestra. Con questi due nuovi hobby, alla mia lista di cose da fare si aggiungono:

3) comprare il libro di francese e fare gli esercizi per martedì + studiare qualche regola base

4) andare in palestra a riprendere le scarpe che ho dimenticato nello spogliatoio lo scorso venerdì. 

A ciò si aggiunge la daily routine:

5) cucinare, mangiare, pulire la cucina, finire i cibi iniziati in frigorifero 

6) lavarsi, fare la lavatrice, mantenersi presentabili

7) tenere in ordine la casa, tenere la corrispondenza/contatti con famiglia (ET ciao)

Più altre cose meno piacevoli:

8) andare alla posta e pagare le bollette (tipo quella per non essere un pompiere volontario – giuro che è vero)

Tenendo conto che sto in lab in media 8 ore al giorno e tanti uffici chiudono alle 17 o alle 18, mi restano poche ore per queste commissioni, che avrei comunque potuto benissimo completare entro le due settimane appena finite. Ci sono anche eventi non dipendenti dalla mia inettitudine ma che la mettono a dura prova:

9) essere in casa domani alle 8.30 per dei funzionari del Comune i quali controlleranno che io viva davvero dove vivo, quindi dovrò andare in lab più tardi del solito e – per via del treno – andare via prima (cosa che vorrei evitare e credo che eviterò) 

La partenza è prevista per domani e:

1) Sono andata al centro Sunrise (compagnia telefonica) che con un’offerta paga la metà dell’abbonamento metà prezzo per il treno, MA non è possibile attivarlo da subito, quindi

2) Non ho ancora il biglietto. Ho aspettato un giorno nella possibilità che mi arrivasse in modo lampo per posta, ma a questo punto mi toccherà prendere il biglietto stasera via internet a prezzo intero.

3) Non solo non ho fatto la valigia, ma la valigia è in cantina e devo andare a prenderla e non mi va e non so cosa portarmi – poca roba perché devo fare shopping.

4) Devo lavare una marea di piatti pentole & co perché ieri ho avuto un’amica a cena (non come Hannibal, ho cucinato un risotto)

 

So che se continuerò così avrò seri patemi in futuro (cosa che mi è già successa) ma io so darmi ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so.

 

Giuro però che non sono triste come Alice, solo esasperata dalla mia procrastinataggine.

Il silenzio degli innocenti

Romanzo di Thomas Harris e film con Anthony Hopkins e Jodie Foster (giuro no spoiler).

I thriller polizieschi in sè, secondo me, hanno pochi contenuti, sono più uno svago che uno spunto di riflessione / fonte di conoscenza. Alcuni thriller hanno degli affascinanti dettagli di – ma va?- criminologia, quindi permettono di imparare qualcosa e soddisfare qualche curiosità. I thriller che piacciono a me non sono quelli splatter, dove c’è un assassino con la motosega che taglia tutto, ma quelli psicologici perché “il sonno della ragione genera mostri“, citando il titolo di un quadro di Gauguin. Ciò che, sulla carta, mi fa più paura in assoluto e mi affascina terribilmente è comprendere i meccanismi di una psiche malata, e questo romanzo capita proprio a fagiuolo.

Clarice Starling è una brillante allieva dell’FBI  con uno spiccato interesse per le scienze comportamentali; viene scelta per collaborare al caso di Buffalo Bill, nome fittizio di un assassino che uccide delle donne (ah, l’originalità) e butta i cadaveri in dei fiumi. I cadaveri hanno, oltre i prevedibili segni della decomposizione in acqua, degli ampi tasselli di pelle mancanti in corrispondenza del busto. Qual è il compito di Clarice? Parlare con il Dr. Hannibal Lecter, psichiatra (oh, the irony!) cannibale rinchiuso in un manicomio di massima sicurezza. Il Dr Lecter ha delle informazioni su Buffalo Bill perché uno dei suoi pazienti lo aveva conosciuto. Ora, io non ho la facoltà di descrivere i colloqui tra la giovane Clarice e il Dr Lecter, perchè li sminuirei (e farei spoiler). Dico solo che Lecter fa stipulare un accordo verbale a Clarice: quid pro quo, lei fa una domanda a lui su Buffalo Bill e lui fa una domanda a lei sulla sua vita. Da un lato abbiamo quindi l’interrogatorio di una promettente detective e da un lato le domande destabilizzanti di uno psichiatra abilissimo – seppur pazzerello… ma alla fine anche Dr House è un medico malato.

Il relativo film ha due perle, due diamanti; Anthony-inquietante-Hopkins e Jodie-ragazza prodigio-Foster. Lei è carina, delicata solo in apparenza e determinatissima, pur essendo una niubba sostiene lo sguardo e le domande di un navigato psichiatra che fa tranelli mentali e mangia la lingua alle infermiere (true story). Anthony Hopkins fa una paura maledetta, per cui è meraviglioso. Ma non devo certo dirvelo io, questo film è un cult e l’unico motivo per cui vi autorizzo a non averlo mai visto è che siete nati a metà anni ’90 (quindi siete già sfigati di vostro). Anthony-inquietante-Hopkins, Anthony-stasera ho un amico a cena-Hopkins, Anthony-ho mangiato il fegato di uno con delle fave ed un buon Chianti-Hopkins. Un tipo che McGyver nemmeno lo vede, che con una penna scatena l’inferno (nel libro lo scatenava con un piccolo pezzetto di tubo dell’inchiostro della penna, credo).

Dato che sicuramente avete visto il film ma molto probabilmente non sapevate che fosse tratto da un libro, leggetelo, ci sono scene pazzesche (e pure splatter, devo ammetterlo), con profonda analisi psicologica dei personaggi. La bellezza di questa storia è che vorrebbe farvi concentrare su Buffalo Bill, l’assassino “normale”, ma voi vorreste solo sapere il più possibile sul Dr Lecter, perché il suo passato viene solo accennato e non c’è mai un vero appagamento, un insieme di informazioni che ci facciano intuire quali eventi possano averlo indotto ad essere com’è. Ho reso l’idea?

Per concludere, devo fare una precisazione, sfatare un mito. Su internet si dice che Hopkins non sbatte mai le palpebre durante tutto il film: BUGIA! Le sbatte, poco ma le sbatte, forse tranne quando è a colloquio con la Starling, allora sì, ha degli occhi vitrei, magnetici e terrificanti.

Cara Alice, non sei la sola #2

Credevate che il tempo servisse a maturare, ad imparare a correggere i propri difetti o, almeno, ad attenuarli? Be’, vi sbagliate di grosso. Sei mesi fa avevo degli awkward moments e li ho anche adesso, anche se ho la sensazione di riuscire a gestirli “come calore di fiamma lontana”. Insomma, il mio comportamento è sempre quello di una tipa timida/introversa/whatever ma ci   sto imparando a convivere. Detto ciò, in cosa credo di essere così diabolicamente perseverante? Nel voler iniziare troppe cose che solo il cielo sa se riuscirò a finire.

Non a caso io sono l’esatto opposto di Sheldon (Cooper): lui detesta le cose incomplete, io tendo a lasciare sempre tutto in sospeso. Questo, credo, è uno dei miei più obbrobriosi difetti. Fosse così per tutto, ok, si direbbe: sei una pusillanime. Invece no, giuro. Nello studio sono sempre stata super coscenziosa, e la mia intenzione è quella di esserlo anche nel lavoro; il mio problema sono gli hobby, le attività extracurriculari.

In vita mia non ho mai fatto davvero niente sul serio se non studiare, non riuscivo mai ad essere costante in qualcos’altro. Ho provato a giocare a pallavolo, a fare danza (liscio…che vecchiaia…ehm), a fare nuoto. Ho avuto un discreto successo personale nel nuoto, nel senso che l’ho praticato finchè la piscina più vicina a casa ha avuto vita – grazie allo sprone di mia madre, senza il quale oggi saprei solo nuotare a dorso -. Be’ a dire il vero, alle medie ero molto brava a fare i vasi di terracotta (sì al tornio e tutto quanto; lo adoravo, prendere la licenza media e lasciare quella scuola è stato un trauma). Ah, una volta ho preso parte ad una lezione di chitarra, ma non so perchè non ci sono più andata (forse perchè era con quelli del catechismo, che mi stavano francamente antipatici). Dopo la laurea triennale ho comprato una chitarra, decisa ad imparare tutto subito e a diventare o in pochi mesi la Carlos Santana italiana. Il risultato è stato: strimpellare “Gianna” di Rino Gaetano e un pelo di “A horse with no name”. STOP. La chitarra è finita in soffitta a prendere polvere e la rimpiango ora perchè sarebbe un elemento di arredo carino per il mio studio svizzero. Dopo aver visto gli Hunger games ho pensato “figo il tiro con l’arco!”, poi un mio amico ha ricevuto in regalo il set arco&frecce di Decathlon e ho detto: “mi offro volontaria come tributo!” e ho cominciato anche io a tirare con l’arco – in giardino, col mio gatto che si spaparanzava sull’erba in perfetta traiettoria di tiro, safety first -: mi piace farlo e se potessi continuerei anche ora, in realtà.

Tutta questa tiritera solo per dire che ho in programma di aggiungere alla mia vita vari hobby/task:

  1. imparare il francese (almeno per ordinare al ristorante)
  2. andare in palestra 2 volte a settimana
  3. andare in piscina 1 volta a settimana
  4. partecipare agli eventi universitari/social
  5. dipingere dei quadri di Monet

Notate anche voi che tutto ciò quadra poco; di sicuro inizierò a fare tutto, ma non so quanto durerà, sarei sorpresa se questa cosa dovesse essere a lungo termine. Molto sopresa. A dire il vero, un piccolo accomplishment l’ho ottenuto, infatti ho riprodotto questo:

 

Giuro che non è difficilissimo, non ho nessuna dote artistica particolare (ma non sono nemmeno particolarmente negata come molte persone che conosco). Il prossimo – yaoming – è questo, ho già comprato la tela 58×58 cm;

 

Ma quanto sono belli? Poi Monet è perfetto per me (l’esatto opposto): apparentemente niente è troppo preciso e tutto è spontaneo!

 

P.s. ho cambiato la seconda immagine perchè credo che quella che avevo postato prima non fosse autentica, anche se i colori vivaci mi piacevano tantissimo.

 

L’eleganza del riccio

Palazzo prestigioso di Parigi è abitato da gente ricca e dall’anonima portinaia. Il libro è una raccolta di fatti e pensieri della suddetta portinaia, Renée, e di una bambina che abita nel palazzo, Paloma. Renée e Paloma si conoscono appena, ma l’arrivo di un signore giapponese contribuisce alla nascita della loro amicizia.

Renée appare sciatta e burbera, dai modi bruschi, poco cordiale ma educata con tutti i condomini. Fa tutto ciò che fanno le portinaie: tiene pulito il palazzo, si occupa della consegna dei pacchi, porta fuori la spazzatura. I suoi hobby sembrano essere quelli tipici di una portinaia: spettegolare con la domestica, guardare la tv per ore, prendersi cura di un gatto pigro e grasso.

Paloma ha un QI molto più alto della media, ha 12 anni e ha deciso che il giorno del suo tredicesimo compleanno si suiciderà. Il motivo? Non vuole finire nella boccia dei pesci, la trappola in cui si casca quando si diventa adulti e si vive una vita prevedibile e inevitabile, come se il destino fosse scritto sulla base di ciò che siamo da bambini, senza la possibilità di cambiare in qualcos’altro nel corso degli anni.

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come il pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia. […] Quando entrerò anch’io nella corsa degli adulti, sarò ancora in grado di affrontare la percezione dell’assurdo? Non credo. Per questo ho preso una decisione: alla fine dell’anno scolastico, il giorno dei miei 13 anni, il 16 giugno prossimo, mi suicido.

Nel libro, Renée e Paloma vivono parallelamente per un bel po’ e si incontrano solo a metà storia, dopo l’arrivo del signor Kakuro Ozu (nel film invece il loro avvicinamento arriva molto prima). Il temporeggiamento evidente nel libro ha lo scopo di farci conoscere più a fondo Renée che in realtà ha una vasta cultura, ama l’Arte in tutte le sue forme e spesso filosofeggia tra sé e sé (ed è proprio in queste digressioni filosofiche che si accumulano le pagine). Perché tiene nascosto tutto ciò? Per difendersi dal mondo, perché non c’è utilità che la gente conosca la sua vera natura e perché desidera mantenere quei piaceri per sé stessa, a differenza di chi sbandiera e si vanta delle proprie conoscenze: in fondo, chi studia per amore lo fa per sé e non per gli altri, ed ogni sacrificio è fatto con piacere (cosa che i più non capiscono).

Il signor Ozu viene presentato a Renée; inizialmente i due si scambiano alcuni convenevoli, poi lui le chiede cosa sia successo alle persone che avevano vissuto nel suo attuale appartamento e Renée, istintivamente, cita l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj: “tutte le famiglie felici si somigliano…” e Ozu completa la frase: “…ma ogni famiglia infelice lo è ciascuna a modo suo”.

La maschera è crollata, Ozu comincia a sospettare della goffa portinaia e diventa complice di Paloma in quella che diventa una vera e propria indagine, una caccia all’intellettuale. Questo libro – e relativo film – merita di essere conosciuto perché fa capire che tanti di noi, anche i più apparentemente anonimi, possiamo nascondere un universo di passioni, interessi, idee, desideri; spesso l’azione stessa di nasconderli è un modo per proteggerli e di mantenerli solo nostri (l’opposto della sharing-mania degli ultimi anni). Secondo William Sidis, questa sarebbe la vita perfetta.

Madame Michelle ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti,