Tag: libri dalla A alla Z

A – Autore con la A maiuscola (quello di cui ho letto più libri): L’autore “classico” che ritengo più valido e allo stesso tempo piacevole da leggere è Gabriel Garcia Marquez, perché è come un amico un po’ anziano, un signore attempato che ha vissuto in modo abbastanza scellerato da comprendere le follie, fatte o pensate, della gioventù.

B – Bevo (responsabilmente) mentre leggo: da piccola (fino ai 16 anni asd) se un libro mi catturava lo leggevo ovunque, anche durante la colazione, infatti spesso ci versavo per sbaglio il latte col cacao. Ora sto un po’ più attenta e bevo té al gelsomino e caffèlatte in inverno e tè freddo o infuso di karkadé e rosa canina in estate.

C – Confesso di aver letto: le robe della Meyer e della Kinsella (queste ultime enjoyandole, cosa che mi rende ancora più esecrabile).

D- Dovrei smettere di: iniziare un libro e poi mollarlo, ma da più di un anno ormai è routine.

E -E-reader o cartaceo: di questo ho già scritto:l’e-reader ha la sua utilità ma il libro mi fa vivere la storia.

F- Fan impenitente: per le saghe di Harry Potter e di Hunger Games (anche se so che è scritto maleee argh!!).

G – Genere preferito che di solito leggi: più che un genere preferito ho uno stile di scrittura o un  argomento preferito. Mi piace la roba distopica e post-apocalittica (da Orwell alla Collins), mi piacciono i thriller psicologici, i fantasy a piccole dosi e non disdegno i classici (alla Dickens, per intenderci). Odio quando l’autore si perde in descrizioni infinite.

H – Ho atteso a lungo per: L’ordine della fenice, ricordo ancora l’emozione dell’acquisto, l’attesa del tragitto in macchina dalla libreria a casa e la soddisfazione di aprirlo ed iniziare a leggerlo seduta in veranda.

I – In lettura in questo momento: The Martian (wait for it…)

L – Luogo preferito per leggere: Casa mia; divano, letto o sedia non importa, basta che ci siano una temperatura confortevole e silenzio assoluto.

M – Miglior prequel di sempre: Sono sicura che sarebbe Lo Hobbit, anche se non sono riuscita a leggerlo perchè sono allergica a Tolkien (penitentiagite!! lo so). Ma non dubito che, se fossi una persona normale, la penserei così.

N – Non vorrei mai leggere: se escludiamo in non libri, ovvero quei romanzi che hanno ingannevolmente le sembianze di un libro (quindi sono fatti di carta, hanno pagine e copertine con caratteri stampati etc.) ma in realtà sarebbero più utili per accendere le Yankee Candles, direi che non vorrei mai leggere polpettoni storici (noiaaaa) o scientifici (leggo spesso di scienza, se devo rilassare la mente preferisco altri temi).

O – Once more (un libro che hai riletto tante volte,  ma rileggeresti ancora): essendo una rilettrice compulsiva, rispondere a ciò è molto semplice. Il giovane Holden (circa 20 volte), la saga di Harry Potter (almeno 3), Il diario di Bridget Jones (4-5), Piccole donne (8-9), L’amore ai tempi del colera (3), Cent’anni di solitudine (2), About a boy (5-6) e altri che non ricordo causa lontananza dalla mia biblioteca personale. Rileggo i libri quando sono in fase di stallo e non ho libri nuovi da leggere oppure quando ho il blocco della lettura.

P – Perla nascosta (un libro che non ti aspettavi fosse così bello): Il cacciatore del buio di Donato Carrisi. Dire “bello” è impreciso, è ben scritto e ben articolato, per giorni interi ho avuto problemi ad addormentarmi e quando rientravo a casa da sola di sera mi sentivo un po’ in ansia.

Q – Questioni irrisolte (un libro che non sei riuscita a finire): Gita al faro, di Virginia Woolf.

R – Rimpianti letterari (serie interrotte o libri perduti che non potrete finire di leggere): la bibliografia di Arthur Conan Doyle: non ho con me la raccolta, che comunque è troppo lunga e mi distoglierebbe da altri libri 😦

S – Serie iniziate e mai finite: Game of Thrones, shame on me lo so, ma vale il discorso summenzionato, paura che mi coinvolga o impegni troppo.

T – Tre dei tuoi antagonisti preferiti: Dr Hannibal Lecter (ma non accetterei mai un suo invito a cena), Severus Piton, l’assassino di Io sono Dio.

U- Un appuntamento con (personaggio di fantasia): ma che domande sono!?!?!? Il signor Darcy!! Sia Mark Darcy che il Signor Darcy (quindi, essenzialmente, Colin Firth).

V – Vorrei non aver letto: certi libri che il mio amico Holden definirebbe “da serve”, che mentre li leggevo dicevo “Oh-mio-Dio”, come nelle scene splatter dei film in cui non puoi fare a meno di guardare anche se sei sul punto di svenire. Vabbè lo dico perchè siamo in un paese libero: Per dieci minuti, della Gamberale (omfg).

Z – Zanna avvelenata (quel finale che proprio non hai mandato giù): di solito rimuovo dal mio cervello i finali che non mi piacciono, quindi non me ne viene in mente nessuno.

Taggo chiunque abbia il buon cuore di volersi far taggare, anche se sono foreveralone da punto di vista bloggistico.

Il silenzio degli innocenti

Romanzo di Thomas Harris e film con Anthony Hopkins e Jodie Foster (giuro no spoiler).

I thriller polizieschi in sè, secondo me, hanno pochi contenuti, sono più uno svago che uno spunto di riflessione / fonte di conoscenza. Alcuni thriller hanno degli affascinanti dettagli di – ma va?- criminologia, quindi permettono di imparare qualcosa e soddisfare qualche curiosità. I thriller che piacciono a me non sono quelli splatter, dove c’è un assassino con la motosega che taglia tutto, ma quelli psicologici perché “il sonno della ragione genera mostri“, citando il titolo di un quadro di Gauguin. Ciò che, sulla carta, mi fa più paura in assoluto e mi affascina terribilmente è comprendere i meccanismi di una psiche malata, e questo romanzo capita proprio a fagiuolo.

Clarice Starling è una brillante allieva dell’FBI  con uno spiccato interesse per le scienze comportamentali; viene scelta per collaborare al caso di Buffalo Bill, nome fittizio di un assassino che uccide delle donne (ah, l’originalità) e butta i cadaveri in dei fiumi. I cadaveri hanno, oltre i prevedibili segni della decomposizione in acqua, degli ampi tasselli di pelle mancanti in corrispondenza del busto. Qual è il compito di Clarice? Parlare con il Dr. Hannibal Lecter, psichiatra (oh, the irony!) cannibale rinchiuso in un manicomio di massima sicurezza. Il Dr Lecter ha delle informazioni su Buffalo Bill perché uno dei suoi pazienti lo aveva conosciuto. Ora, io non ho la facoltà di descrivere i colloqui tra la giovane Clarice e il Dr Lecter, perchè li sminuirei (e farei spoiler). Dico solo che Lecter fa stipulare un accordo verbale a Clarice: quid pro quo, lei fa una domanda a lui su Buffalo Bill e lui fa una domanda a lei sulla sua vita. Da un lato abbiamo quindi l’interrogatorio di una promettente detective e da un lato le domande destabilizzanti di uno psichiatra abilissimo – seppur pazzerello… ma alla fine anche Dr House è un medico malato.

Il relativo film ha due perle, due diamanti; Anthony-inquietante-Hopkins e Jodie-ragazza prodigio-Foster. Lei è carina, delicata solo in apparenza e determinatissima, pur essendo una niubba sostiene lo sguardo e le domande di un navigato psichiatra che fa tranelli mentali e mangia la lingua alle infermiere (true story). Anthony Hopkins fa una paura maledetta, per cui è meraviglioso. Ma non devo certo dirvelo io, questo film è un cult e l’unico motivo per cui vi autorizzo a non averlo mai visto è che siete nati a metà anni ’90 (quindi siete già sfigati di vostro). Anthony-inquietante-Hopkins, Anthony-stasera ho un amico a cena-Hopkins, Anthony-ho mangiato il fegato di uno con delle fave ed un buon Chianti-Hopkins. Un tipo che McGyver nemmeno lo vede, che con una penna scatena l’inferno (nel libro lo scatenava con un piccolo pezzetto di tubo dell’inchiostro della penna, credo).

Dato che sicuramente avete visto il film ma molto probabilmente non sapevate che fosse tratto da un libro, leggetelo, ci sono scene pazzesche (e pure splatter, devo ammetterlo), con profonda analisi psicologica dei personaggi. La bellezza di questa storia è che vorrebbe farvi concentrare su Buffalo Bill, l’assassino “normale”, ma voi vorreste solo sapere il più possibile sul Dr Lecter, perché il suo passato viene solo accennato e non c’è mai un vero appagamento, un insieme di informazioni che ci facciano intuire quali eventi possano averlo indotto ad essere com’è. Ho reso l’idea?

Per concludere, devo fare una precisazione, sfatare un mito. Su internet si dice che Hopkins non sbatte mai le palpebre durante tutto il film: BUGIA! Le sbatte, poco ma le sbatte, forse tranne quando è a colloquio con la Starling, allora sì, ha degli occhi vitrei, magnetici e terrificanti.

L’eleganza del riccio

Palazzo prestigioso di Parigi è abitato da gente ricca e dall’anonima portinaia. Il libro è una raccolta di fatti e pensieri della suddetta portinaia, Renée, e di una bambina che abita nel palazzo, Paloma. Renée e Paloma si conoscono appena, ma l’arrivo di un signore giapponese contribuisce alla nascita della loro amicizia.

Renée appare sciatta e burbera, dai modi bruschi, poco cordiale ma educata con tutti i condomini. Fa tutto ciò che fanno le portinaie: tiene pulito il palazzo, si occupa della consegna dei pacchi, porta fuori la spazzatura. I suoi hobby sembrano essere quelli tipici di una portinaia: spettegolare con la domestica, guardare la tv per ore, prendersi cura di un gatto pigro e grasso.

Paloma ha un QI molto più alto della media, ha 12 anni e ha deciso che il giorno del suo tredicesimo compleanno si suiciderà. Il motivo? Non vuole finire nella boccia dei pesci, la trappola in cui si casca quando si diventa adulti e si vive una vita prevedibile e inevitabile, come se il destino fosse scritto sulla base di ciò che siamo da bambini, senza la possibilità di cambiare in qualcos’altro nel corso degli anni.

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come il pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia. […] Quando entrerò anch’io nella corsa degli adulti, sarò ancora in grado di affrontare la percezione dell’assurdo? Non credo. Per questo ho preso una decisione: alla fine dell’anno scolastico, il giorno dei miei 13 anni, il 16 giugno prossimo, mi suicido.

Nel libro, Renée e Paloma vivono parallelamente per un bel po’ e si incontrano solo a metà storia, dopo l’arrivo del signor Kakuro Ozu (nel film invece il loro avvicinamento arriva molto prima). Il temporeggiamento evidente nel libro ha lo scopo di farci conoscere più a fondo Renée che in realtà ha una vasta cultura, ama l’Arte in tutte le sue forme e spesso filosofeggia tra sé e sé (ed è proprio in queste digressioni filosofiche che si accumulano le pagine). Perché tiene nascosto tutto ciò? Per difendersi dal mondo, perché non c’è utilità che la gente conosca la sua vera natura e perché desidera mantenere quei piaceri per sé stessa, a differenza di chi sbandiera e si vanta delle proprie conoscenze: in fondo, chi studia per amore lo fa per sé e non per gli altri, ed ogni sacrificio è fatto con piacere (cosa che i più non capiscono).

Il signor Ozu viene presentato a Renée; inizialmente i due si scambiano alcuni convenevoli, poi lui le chiede cosa sia successo alle persone che avevano vissuto nel suo attuale appartamento e Renée, istintivamente, cita l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj: “tutte le famiglie felici si somigliano…” e Ozu completa la frase: “…ma ogni famiglia infelice lo è ciascuna a modo suo”.

La maschera è crollata, Ozu comincia a sospettare della goffa portinaia e diventa complice di Paloma in quella che diventa una vera e propria indagine, una caccia all’intellettuale. Questo libro – e relativo film – merita di essere conosciuto perché fa capire che tanti di noi, anche i più apparentemente anonimi, possiamo nascondere un universo di passioni, interessi, idee, desideri; spesso l’azione stessa di nasconderli è un modo per proteggerli e di mantenerli solo nostri (l’opposto della sharing-mania degli ultimi anni). Secondo William Sidis, questa sarebbe la vita perfetta.

Madame Michelle ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti,

Divergent

Sono in fase “libri young adult”, ok? Abbiate pazienza, non so perché ma mi piacciono anche se a breve mi stuferanno. Tranquilli non c’è spoiler.

Ho visto il film Divergent perché volevo vedere gli attori di Colpa delle stelle in salute, perché sono troppo carini e coccolosi e non accettavo che la vita fosse così grama con loro (zitti che ora vi scrivo un post con le mie impressioni su quest’accoppiata struggente, non mi ci fate pensare).

Prima di rompervi le scatole con gli attori, una breve panoramica della storia. Futuro post-apocalittico, scenario distopico di Chicago (perché succede tutto solo negli USA). Dopo guerre varie, la gggente ha deciso di fare le cose per bene organizzando una civiltà più evoluta, in cui ogni persona avesse un ruolo preciso. Ecco quindi una divisione rigidissima tra Fazioni: Eruditi, Abneganti, Intrepidi, Pacifici, Candidi. Ogni fazione ha delle caratteristiche peculiari e dei compiti definiti. Gli Eruditi sono i detentori del sapere e si occupano dello studio e della ricerca scientifica, gli Abneganti sono altruisti, integri, incorruttibili e presiedono il governo della città, gli Intrepidi sono i coraggiosi guardiani dei cittadini, i Pacifici vivono come hippy in comunione con la natura e producono cibo, i Candidi sono onesti e dicono sempre la verità anche quando è scomoda. Chi nasce in una fazione viene cresciuto secondo i suoi principi, ma a 16 anni viene sottoposto ad un test che decreta le inclinazioni naturali, che possono essere anche diverse da quelle della fazione di origine; in ogni caso, ognuno è libero di scegliere la propria fazione, che quindi può essere anche diversa da quella rilevata nel test. Chi non appartiene a nessuna fazione perché ha fallito gli addestramenti diventa Escluso, reietto della società e destinato a lavori umili o all’accattonaggio. Regola aurea: la fazione prima del sangue, quindi chi abbandona la fazione di nascita, lascia la famiglia.

La storia racconta di due giovani fratelli nati Abneganti, Beatrice e Caleb, che devono sostenere l’esame per decidere a che fazione appartenere.

Quando Beatrice fa il test, il risultato è strano: pare che sia adatta a più di una fazione, quindi pare che sia una – aiuto – Divergente. Essere Divergente è molto pericoloso perché vuol dire che si è incontrollabili da parte della “mente” di ciascuna fazione, significa rappresentare una possibile minaccia per l’equilibrio del governo, ristabilito così faticosamente. Il risultato del test di Beatrice viene modificato così da non far emergere la sua natura ibrida e lei sceglie la fazione più pericolosa possibile, quella degli Intrepidi. Ma non è tutto liscio come sembra, perché si scopre che c’è un complotto che mira a scardinare il governo degli Abneganti. Da qua in poi c’è tanta azione, un misto di Harry Potter e Hunger Games che non vi sto a dire, ma che è raccontato molto bene nel film (trailer qua sotto).

Gli attori di questo film sono sconosciuti ma fascinosissimi. LEI, la Katniss della situazione, è Beatrice aka Shailene-occhioni-verdi-Woodley, bellissima e adorabile. Come tutti gli eroi, non ha scelto di essere tale, anzi è una persona del tutto ordinaria, quasi mediocre, che non sa quali siano le sue vere capacità finché non si trova costretta a vivere situazioni toste. Lezione numero 1: Saremmo capaci di fare tante cose se solo fossimo messi alla prova. Lo zing in più che ha Beatrice è quello di andarsi a cacciare in situazioni toste, se le cerca eccome, si ritrova nei guai ma poi in qualche modo ne esce. Lezione numero 2: Dobbiamo crearci le nostre opportunità, se queste non arrivano da sole per allineamento astrale; non spaventatevi di scegliere qualcosa di difficile, se riuscite a sognarlo, riuscirete anche ad ottenerlo. LUI non è il fratello (è un po’ il Gale della situazione, messo in disparte) Caleb aka Ansel-ma-quanto-sei-bellino-Elgort ma l’istruttore severo Quattro (come il numero, sì, e questo avrà una spiegazione) aka Theo-ommioddio-James che poi diventa tutta una figata che non vi sto a raccontare. Giuro, non posso parlare di Quattro perché sennò sclero, è il non plus ultra, l’uomo della vita e amen. La cosa carina è che Beatrice, da insignificante di grigio vestita diventa tutta sprint, tatuata e con stile dark (insomma, come farei io se fossi nei suoi panni) e si prende la sua bella rivalsa sulla gggente che la considerava una pappamolle. Ma vedrete tutto nel film.

Il libro è – ovviamente – più dettagliato del film e vi fa capire più cose, anche se devo dire che questa società post-apocalittica non è così ben spiegata come in Hunger Games, nè tantomeno sono dettagliati gli stili di vita e le ideologie delle varie fazioni. Forse questi dettagli si definiranno meglio nei libri successivi, ma non so. Il film è ben fatto per quanto riguarda attori&personaggi ed è molto veloce, con scene spettacolari stile film sui supereroi, etc etc. A me son piaciuti entrambi, anche se il libro peccava di dinamismo in certi punti e il film poteva mostrare qualche particella spiegona in più. Non so se ho reso l’idea. Probabilmente no.

P.S. Nel film c’è Kate Winslet che interpreta il ruolo di Erudita Capo, ma non mi sa di molto.

The Hunger Games – La ragazza di fuoco (Parte 2)

Ecco qua la seconda parte del topic sul libro (qui); non farò più spoiler di quanto non abbia già fatto, promesso. Tutto ciò ovviamente in attesa della prima metà del terzo libro in versione cinematografica il 20 Novembre al cinema (trailer qui).

 

 

La cosa bella di questo film, secondo me, è che permette di conoscere meglio altri personaggi oltre Katniss. In questa realtà post-apocalittica e distopica, tutti non fanno che nominare la povera Ghiandaia Imitatrice, che invece preferirebbe stare per i fatti suoi a squartare conigli nel bosco con Gale (come darle torto?). La cosa bella del film, dicevo, è che finalmente capiamo qualcosa di più di Peeta, Haymich, Effie, del presidente Snow, del nuovo stratega Plutarch, di vecchi vincitori come Finnick, Johanna, Mags, Beete e Wiress. E’ abbastanza difficile concentrarsi sugli altri numerosi e interessanti personaggi solo leggendo il libro perché la narratrice è sempre Katniss che offre il suo ripetitivo punto di vista, ma del buono da ciò si può ancora cogliere, se ci si impegna un minimo. Il film fa proprio questo, raccontare la storia vista dall’esterno, e aiuta i fan a capire un po’ di più.

Gli attori scelti, secondo me sono perfetti – o quasi.

Katniss è sempre lei, Jennifer-perfetta-in-tutto-Lawrence. Inutile dire altro perché la versione umana e quella cartacea si assomigliano molto ed è una verità universalmente riconosciuta.

Peeta attore/personaggio mostra di più il suo carattere mite e bonario ma anche deciso, determinato e coraggioso. In realtà dovrebbe avere una protesi alla gamba, che gli era stata mozzata nell’arena l’anno prima, però forse era complicato da inscenare/non fondamentale ai fini della storia. Peeta è ancora innamorato di Katniss, sa di non essere corrisposto e accetta la cosa senza farne una tragedia, anzi si offre volontario come tributo per vivere nella friendzone facendo finta, per Capitol City e il resto del mondo, di essere felicemente corrisposto.

 

Gale è tanto marginale nel libro quanto lo è nel film e nell’universo. E’ l’amore impossibile di Katniss, perché lei dopo gli Hunger Games non prova più niente per nessun essere umano tranne sua sorella; il ruolo di questo personaggio è quello di partecipare alle macchinazioni rivoluzionarie successive, lo considererei un po’ il rappresentante del suo distretto che da minatore succube diventa artefice della ribellione. Non dimentichiamoci che è il fratello di Thor, quindi insomma, evviva la genetica.

Finnick Odair è un nuovo tributo bis, che dalla lettura del libro immaginavo come una specie di sirenetto e, a primo impatto, la versione cinematografica mi ha un po’ delusa, anche se in effetti l’attore è molto bravo e mi ha fatto simpatia man mano che il film andava avanti. All’apparenza Finnick è vanesio, vanitoso, viziato, ma il suo vero carattere traspare dal legame fortissimo che ha instaurato con la sua mentore. La profondità del personaggio si intuisce vagamente in questo film/libro ma ci vuole una certa attenzione, forse è più facile immaginarlo e svilupparlo da sè perché la Collins non lo ha fatto abbastanza, non come sarebbe stato giusto. Forse basterà leggere il terzo libro e vedere il terzo film.

Mags “è una donna meravigliosa”; così dice Haymich che la conosce da anni, è una dei vincitori degli Hunger Games più anziani ancora in vita e si è offerta volontaria al posto di un’altra vincitrice più giovane per fare coppia con Finnick, che appartiene al suo stesso distretto. Mags fa tenerezza da subito, non parla ma ha uno sguardo  espressivo, dolce e saggio e non esita a sacrificarsi quando serve. Come si vede nella foto, è come la nonna di tutti, e a mio avviso la sua presenza aumenta il senso di ingiustizia di questi Giochi, che costringono persone anziane o giovanissime a mettersi in situazioni di pericolo estremo.

 

Beetee, Wiress e Johanna sono altri ex vincitori ripescati come tributi. Beetee e Wiress (ai lati nella foto) sono due geni e mi dispiace che siano stati poco presenti in scena; il loro intuito sarà fondamentale per aiutare Katniss & Co a sopravvivere nell’arena. Sono l’esempio di come l’intelletto ci aiuti nei momenti di sconforto. Johanna (al centro) è provocatoria, irriverente, trollona e maledettamente pericolosa, ma in certi momenti fa intuire quanto abbia sofferto a causa della supremazia di Capitol City che le ha fatto perdere tutti i suoi cari. Bravissima a fare il doppio gioco, durante il film a tratti si odia a tratti si ama.

 

Haymich ha sempre stile, con il suo etilismo cronico, i suoi scatti d’ira, le sue battute pungenti e i suoi piani malefici ben orchestrati e occultati. Dopo anni trascorsi a Capitol City, è ormai ben addentrato nel meccanismo di vita/giochi/relazioni sociali ed è anche abbastanza disincantato circa l’impatto/efficacia che possono avere i moti di ribellione. Qua emergono le conseguenze dei Giochi su di lui, che ormai non ha granché per cui vivere, ma continua lo stesso a farlo.

Effie sembra la persona più svampita del secolo, ignara di cosa siano davvero gli Hunger Games. Con la  settantacinquesima edizione si rende conto dei fatti e percepisce vagamente l’ingiustizia del sistema. Effie è nata e plasmata in Capitol City e accetta la situazione come se fosse immutabile, ma si schiera dalla parte della Squadra Speciale Ghiandaia e lo dimostra nel suo modo un po’ superficiale ma sincero – il che è una gran cosa. Ma avete capito chi è l’attrice?? E’ l’urologa fidanzata di JD in Scrubs, nonchè amica della coppia gay in Modern Family! Me ne sono accorta solo oggi guardando una puntata a caso su MTV. FYI.

 

Plutarch, il nuovo stratega è il Malocchio Moody della situazione misto a Severus Piton, e questo basterebbe a descriverlo. Bravissimo l’attore che gli ha dato vita, soprattutto ora che è santificato in quanto morto suicida. Plutarch mostra la giusta freddezza per manipolare i giochi, nessuno si accorge di niente – di cosa? non posso dirlo – e ci riesce nonostante le molte variabili. Epico.

 

A parte gli attori, il ritmo del film è coerente con quello del libro, con la prima parte un po’ lenta e spiegona e la seconda concitata e carica di tensione nell’Arena. Un fotogramma tira l’altro e si è completamente immersi nell’atmosfera, in Capitol City con la sua architettura neo-fascista/hitleriana sfarzosa e nell’Arena, dove si riescono quasi a sentire l’umidità e l’afa del clima tropicale artificiale creato dalla squadra di Plutarch. Il colpo di scena finale spiazza chi non conosce la storia e la conclusione è perfetta: quando Gale fa un resoconto a Katniss delle condizioni del Distretto 12 e delle persone che ci hanno vissuto, il suo viso mostra i suoi pensieri. Le due espressioni di Katniss, la prima di pura disperazione e la seconda di ira e desiderio di vendetta, sono così eloquenti da non aver bisogno di altre parole.

Katniss disperata
Katniss incavolata nera due secondi dopo

About a boy, il film

Stavolta non ho fatto finta di niente, come per un altro film che ho ignorato  mesi fa *coff coff*

About a boy è uno di quei film che mi ha segnata a vita, forse perchè quando l’ho visto al cinema, a 14 anni nel 2002, ero particolarmente influenzabile e suscettibile al fascino di Hugh Grant (prima che uscisse fuori il suo coinvolgimento in reati e che fosse l’antagonista di Mark Darcy in Il diario di Bridget Jones).

Le prime scene ti fanno già innamorare di Hugh Grant, che è Will, tra loro non esiste differenza. Diceva Jon Bon Jovi “nessun uomo è un’isola”. Cazzate. Questo è proprio il momento giusto per essere un’isola, con gli accessori giusti e soprattutto, l’atteggiamento giusto. Essere un’isola con un sacco di intrattenimenti, una vera attrazione per le svedesi… insomma, essere Ibiza! I due Will sono fighi, ricchi, stilosi, tendenti all’isolamento per evitare preoccupazioni, la vita che una parte di me, ogni tanto, sogna (con GLI svedesi). Circondarsi di passatempi da poter gestire da soli, da macchine per il caffè e per il gelato, da televisori piatti, dvd, riviste, ristoranti fancy, negozi di dischi in cui fare i saputelli sui vinili più rari. Dai, non negate che sia una figata. L’unica differenza, e dico anche pecca, della trasposizione cinematografica della vita di Will è connessa al momento storico in cui è ambientata la storia, ovvero “il presente”, cioè il 2002, mentre nel libro le vicende hanno luogo nel 1993. Cosa cambia, chiedete voi? Cambia la musica, che è sempre importante per creare l’atmosfera, e cambia parte dell’atteggiamento stesso di Will, che negli anni 2000 è più credibile e realistico che negli anni ’90, forse perchè man mano l’egocentrismo è cresciuto e socialmente accettato (mie impressioni soggettive – boiata alert).

Con questo non voglio dire che la musica del film sia scadente, anzi la adoro ed ha arricchito la mia playlist personale. Non dico altro perchè è troppo memorabile per spiegarlo, e troppo importante nella mia vita di adolescente per darvene un’idea.

Tornando ai personaggi, Marcus fa contemporaneamente pena e rabbia già al primo sguardo, con la cosa del cantare e i suoi vestiti. La vita domestica di Marcus del film è identica a quella di Marcus nel libro, in tutto. La madre Fiona-Toni Collette è anche lei strana, quindi il figlio non poteva essere diverso. Sono vegetariani, ascoltano solo certe canzoni, rifiutano il rap, sono no global e così via. Dettaglio: Fiona è arrivata a quel punto dopo una vita di riflessione e scontro col prossimo; Marcus, invece, è troppo un novellino, ha visto poco della vita e non dovrebbe avere dei gusti e principi così ben definiti, quindi ciò che sembra “personalità” è invece un’influenza della madre, anche se lei crede che così facendo lo renda intellettualmente autonomo. Volete sapere la mia opinione? Marcus in sè non è così strambo come i suoi compagni di scuola dicono, anzi è abbastanza normale per avere 12 anni: vuole andare a pranzo da McDonald’s, giocare ai videogames, guardare la tv, mangiare i CocoPops, avere degli amici. Nulla di strano in lui (a parte la cosa del cantare, che vedrete nel film), al massimo è il suo ambiente a renderlo irrimediabilmente strambo e oggetto di pubblico ludibrio a scuola.

Eppure Marcus si è creato un suo mondo, indipendente e unico, diverso nella forma ma non nella sostanza da quello di Will; e infatti i due sono più simili di quanto sembri, tanto che ad un certo punto, l’uno trasforma l’altro in sè stesso, le due personalità si invertono come in Quel pazzo venerdì ma in modo realistico.

 

Senza farvi spoiler, ad un certo punto del film si vedrà lei, Rachel, “la donna che fece rimbecillire Will”, alias Rachel Weisz/zs. Bella, intelligente, creativa, simpatica, tutte qualità che mettono in difficoltà Will perché lui si ritiene completamente vuoto e superficiale. Queste sue caratteristiche non gli hanno mai impedito di avere varie numerose fidanzate, ma con Rachel sente che è diverso: la sua vuotezza, che era prima una corazza, adesso è una debolezza che, una volta scoperta, potrebbe farla sparire per sempre.

 

Anche Marcus ha una specie di cotta per una compagna di scuola più grande e punkabbestia, Ellie. Nel libro Ellie è molto più interessante, a parer mio, perché ha gusti musicali migliori della Ellie cinematografica: Kurt Cobain vs Rapper_di_colore_a_piacere. Per Marcus, Ellie è un’epifania e una sorta di baluardo contro le prese in giro dei compagni, perché tutti sono terrorizzati da lei, che anche se è un po’ pazza, è anche rispettata e temuta. Mentre Rachel rende Will più “vulnerabile” sentimentalmente, Ellie aiuta Marcus ad essere più strafottente, a creare delle giuste distanze con la madre e gli adulti in generale. N.B. Ellie (Natalia Tena) è stata Ninfadora Tonks in Harry Potter e la buzzurra amica di Hodor e del ragazzo Stark zoppo.

 

Verso la fine del libro succede un evento che deve essere un po’ il motivo di riunione di tutte le persone relative a Marcus; nel film questo evento è stato sostituito con un altro, forse per brevità – è meno memorabile/bizzarro ma più americanata, con un bel momento di gigioneria da parte di Hugh Grant. Perle della storia del cinema.

 

 

 

About a boy

Una cosa che mi piace molto di About a boy è che i personaggi sono allo stesso tempo reali e surreali. Mi piace pensare di avere dei tratti in comune con loro e di voler, anche solo per una settimana, vivere secondo lo stile di vita di uno di loro in particolare (indovinate chi). Nei paragrafi seguenti non ci saranno spoiler, ma solo dei cenni introduttivi alla storia, giurin giurello.

I protagonisti sono Will e Marcus, e non potrebbero essere più diversi tra loro di così.

Will ha 36 anni, vive da solo a Londra e non lavora perché i diritti d’autore di una canzone di Natale scritta decenni prima da suo padre (canzone che detesta) gli fanno guadagnare circa 40000 sterline l’anno (nel 1993). Will si sente molto fico, lontano anni luce dai problemi che tutte le persone hanno – figli, lavoro, mogli, lavoretti di bricolage – e dedito soltanto a sè stesso con una quantità vastissima di passatempi; una perfetta isola in forma umana, l’emblema dell’equazione: nessun contatto o relazione = nessuno sbaglio o sofferenza.

[…] essere fico secondo le classifiche di una rivista maschile era per lui quanto di più vicino ci fosse a una sorta di realizzazione; momenti come questi dovevano essere custoditi gelosamente. Fico maturo. Tutto da gustare: più di così si muore!

Will ogni tanto si chiedeva in che modo quelli come lui sarebbero sopravvissuti sessant’anni prima. […] Sessant’anni prima, tutte le cose su cui Will faceva affidamento per far passare la giornata semplicemente non esistevano: non c’erano programmi TV di giorno, non c’erano le videocassette, non c’erano riviste in carta patinata e quindi non c’erano i test e, anche se magari c’erano negozi di dischi, il genere di musica che ascoltava non era stato ancora inventato. […] E così sarebbero rimasti solo i libri. I libri! Quasi certamente si sarebbe dovuto trovare un lavoro, altrimenti sarebbe impazzito.

Marcus ha 12 anni e si è trasferito da Cambridge a Londra con la mamma hippy Fiona. Il cambiamento di città lo disorienta ed entusiasma allo stesso tempo, mentre teme di non trovarsi bene nella nuova scuola perché ha l’idea che lì i ragazzi siano più duri e spietati, mentre a Cambridge erano più tranquilli. In più, Marcus crede fermamente di non essere fatto per la scuola.

Marcus sapeva di essere strambo, e sapeva che parte del motivo per cui era strambo era che sua mamma era stramba. Lei questo non lo capiva affatto. Gli ripeteva sempre che solo le persone superficiali giudicano dai vestiti o dai capelli; non voleva che guardasse televisione spazzatura, o che ascoltasse musica spazzatura o che giocasse con videogiochi spazzatura (secondo lei era tutto spazzatura).

Non era tutta colpa di sua mamma. A volte era strambo solo per come era fatto lui, piuttosto per quel che faceva lei. Come il cantare… Quando avrebbe imparato? Aveva sempre una melodia in testa, ma di tanto in tanto, quando era agitato, la melodia era come se gli scivolasse fuori. Per qualche motivo non riusciva a sentire la differenza tra dentro e fuori, perché non sembrava esserci differenza.

Che legame può esistere tra Will e Marcus? In che modo possono mai incontrarsi per le strade di Londra e avere impatto sulla vita dell’altro? Tutto nasce quando Will si iscrive allo SPAT (Single Parents Alone Together, un gruppo di sostegno per genitori single) per rimorchiare ragazze madri, fingendo di avere un bambino di due anni di nome Ned.

Will si prendeva spesso la briga di fare cose che pochi altri si prendevano la briga di fare, semplicemente perché aveva il tempo di farlo. Non aver niente da fare tutto il giorno gli offriva infinite possibilità di sognare e programmare e far finta di essere qualcosa che non era.

Alla prima riunione dello SPAT, Will conosce Susan, che è bionda, carina e non disperata come le altre madri single presenti, ha una bimba di tre anni – vera – e studia per fare la nutrizionista. Il gruppo organizza un picnic, occasione perfetta per Will per passare del tempo con Susan; insieme a loro c’è anche Marcus, figlio di Fiona, cara amica di Susan. Gli eventi successivi fanno conoscere a Will un nuovo mondo popolato da persone con vere difficoltà: per un attimo pensa addirittura di poterle aiutare – ma solo per un attimo, poi dice a sè stesso che nella sua vita esiste solo lui e che se gli altri hanno problemi devono risolverli da soli. Se fosse tutto qui il libro sarebbe già finito; invece no, Marcus decide di trarre vantaggi dalla conoscenza di Will, intensificando i contatti anche se lui non vuole.

Giorni dopo, Marcus indaga su Will e scopre che Ned non esiste; il ragazzino sfrutta questa informazione per ricattare Will e convincerlo a portare a pranzo fuori lui e sua madre, sperando che si piacciano e che si fidanzino, in modo da estendere la famiglia – secondo Marcus due persone sono poche, ce ne vogliono almeno tre. Il pranzo procede con un certo imbarazzo e l’esperienza ha il suo apice quando Will riaccompagna Marcus e Fiona a casa e resta da loro per un tè e per ascoltare qualche canzone suonata al piano e cantata da Fiona. Questo breve momento ci dice molto su che tipo di persona sia Fiona.

Non era male. Era più brava a suonare che a cantare, ma non aveva poi una voce così brutta: era accettabile, forse un po’ flebile, ed era di certo intonata. No, non era la qualità che lo imbarazzava, era la sincerità. […] Fiona faceva sul serio. Cantava con trasporto “Knocking on Heaven’s door”, “Fire and rain”, “Both sides now”. Tra lei e le canzoni non c’era niente, era dentro le canzoni. Mentre cantava chiudeva addirittura gli occhi.

Il fatto che madre e figlio fossero così strambi fa passare a Will la voglia di aiutarli, quindi sparisce dalle loro vite. Marcus lo cerca ancora e i due,  volenti o nolenti, diventano una specie di amici o fratelli. La cosa apparentemente inspiegabile è che Will, che conosce così poco Marcus, è l’unico a capirne veramente i problemi scolastici di adattamento, meglio della stessa Fiona. Mentre Fiona induce Marcus ad essere più maturo, imparando a pensare con la sua testa (sua di Marcus o sua di Fiona?) e a fregarsene dell’opinione altrui – tutte cose nobili ma poco attuabili a 12 anni -, Will insegna a Marcus a rendersi invisibile e quindi inattaccabile, ad uniformarsi alla massa, a non provare o non esternare sentimenti, ad avere i gusti di tutti i suoi coetanei, in modo da sopravvivere e trascorrere un’adolescenza indenne e priva di rischi.

Will era completamente sicuro che la sua tattica di vita gli avrebbe concesso degli anni sereni e al riparo dalle emozioni, e proprio questo stava cercando di inculcare in Marcus. Sarà stato poco etico, poco altruista, ma almeno gli avrebbe garantito una certa stabilità mentale. Will aveva le idee chiare anche sull’amore, e certo avrebbe impedito in tutti i modi di cascarci come molti che conosceva.

Will non aveva mai voluto innamorarsi. Quando era capitato a qualcuno dei suoi amici, gli era sembrato che fosse un’esperienza piuttosto spiacevole: c’erano la perdita di sonno e di peso, l’infelicità di non essere corrisposti e la sospetta, assurda felicità di quando lo eri. […] Certo, un sacco di gente sarebbe stata elettrizzata all’idea di sedersi vicino al partner ideale, ma Will era un tipo realista e in una simile prospettiva, secondo lui, non c’era altro che il panico.

 

Faccio delle modifiche al post perchè non aveva senso darvi solo dei cenni del  film, su di me ha avuto la stessa influenza del libro, se non di più per la sua immediatezza. Ergo, dedicherò un post interamente al film. Prima di ciò, fatemi pensare ad una conclusione per questo post.

 

Oltre Will, Marcus, Fiona (Susan era, poveretta, solo un pretesto per far incontrare quei tre), ci sono altri personaggi singolari che potremmo definire minori, ma che hanno una loro posizione nel libro e danno colore alla storia. Tra questi, vi segnalo Ellie e Rachel. Lascio a voi volenterosi lettori il piacere di scoprirli.

Una nota: il libro è ambientato nel 1993, quindi ode alla televisione (e l’amato e demonizzato fenomeno della teledipendenza), ai fast food, ai Nirvana, alla musica rap, ai videogiochi, ai mix di pacchi di cereali a vari gusti, alle manie suicide, ai giornali. Nostalgia-dei-giorni-senza-internet alert.

Seconda nota: apprezzo molto un libro ambientato a Londra in cui non ci siano sviolinate su Londra, è molto realistico. Per noi poveri reietti del mondo, Londra è La Mecca; per un londinese è normale e ha mille difetti, quindi non ne fa una questione di stato. Piccole cose meritevoli di apprezzamento.